minatore) del tragico, se ci soddisfa in tanto che ricerca d’un elemento concettuale, in questo senso applicabile anche al di fuori del genere drammatico, ci lascia piuttosto dubbi per quanto riguarda la modalità di procedura. In effetti quando Goldmann sostiene che per rintracciare lo schema concettuale del tragico sarebbe necessario scoprile l’elemento comune a un certo insieme di opere tra letterarie, filosofiche e artistiche, tra cui sicuramente andrebbero collocati i tragici greci, Shakespeare, Racine, le sculture di Michelangelo ecc., ammette come certa al punto di partenza la conoscenza di quell’essenza del tragico che viceversa costituisce l’oggetto della ricerca. In altre parole perchè mai partire da Sofocle, Shakespeare, Michelangelo e Racine e non, per assurdo, da Seneca, Calderon, Rembrandt e Ibsen; se non perchè già ab initio esiste la necessità di una selezione richiedente l’uso di quello stesso concetto che dovrebbe emergere dagli sviluppi dell’indagine? Un simile tipo di procedimento si arena nelle secche di quel ’circolo vizioso’ che già aveva avuto modo di mettere in luce Max Scheler nell’ormai classico « Mori et survie », (16) in cui il fenomenologo tedesco denunciava l’impossibilità di pervenire all’isolamento dell’essenza del tragico per il tramite della via artistica. Secondo Max Scheler, poiché nè la via dell’ arte nè la via psicologica - il cogliere l’essenza del tragico dalla reazione che il tragico stesso promuove nei soggetti umani: il classico «pietà e timore » aristotelico ( 17) possono darci sufficienti garanzie, 1’ una sfociando nel cosiddetto ’circolo vizioso’, cui si faceva prima riferimento, l’altra portando la sua attenzione non sul fenomeno tragico, ma sull’azione del fenomeno tragico stesso, occorre partire dal presupposto che il tragico esista in sè, come « simbolo di una proprietà costitutiva del mondo » (18) Condizione dell’esistenza del tragico è in questo senso, per Scheler, la presenza di una sfera di valori : solo in un universo contraddistinto dall’esistenza di valori, può aver vita ciò che comunemente si definisce fenomeno tragico. Questo perchè l’essenza del tragico si può attuare soltanto nella misura in cui le cose, i fatti, gli individui che sono portatori di valori, nell’esercizio del loro dovere, si scontrino con altre cose-fatti-individui egualmente portatori di valori, e in questo scontro tra doveri legittimi avvenga che il valore superiore sia distrutto. Il fenomeno tragico sarebbe così contrassegnato dal buon diritto d’ognuno dei contendenti, giacché l’azione di ciascuno è volta alla realizzazione del proprio dover essere. II che, se formalmente pone tutti su un piano di parità, egualmente non nega le differenze di contenuto tra i valori in causa, e di conseguenza il carattere tragico che viene ad assumere la soppressione dell’antagonista impersonante il valore più elevato. (19) Scheler ci dice dunque in che cosa consista l’essenza del tragico o, per lo meno, ci oflre un ipotesi su quel che sia il tragico per sè. Ma non ci aiuta a risolvere il problema da cui eravamo partiti, quello intorno a cui si raccolgono le esigenze di studio di Lucien Goldmann : quale sia il rapporto effettivo tra l’essenza del tragico e le sue possibilità d’estrinsecazione nella produzione filosofica, letteraria o artistica, o, in definitiva, tenuto conto del fatto incontestabile che il sorgere di un pensiero o di un’arte tragica sono caratteristica di particolari periodi della storia del pensiero occidentale, quale sia il legame che unisce l’essenza del tragico alle strutture storico-sociali. Scheler non problematizza la questione; il contenuto del suo saggio non ha di mira i problemi dell’arte, bensì problemi di natura psicologica ed etica. Per lui la più evidente manifestazione del tragico si ha nella vita : la percezione del tragico è per il soggetto qualcosa di intuitivo, al di là d’ogni mediazione di carat- 40