zioni di carattere idealistico e metafisico, del resto presenti in maniera inequivocabile nel retroterra su cui va collocata la formazione dello studioso francese. (20) Per quanto sociologizzati, i concetti di « forme » o di « visioni del mondo » ricorrenti a determinati intervalli di tempo nelia storia della civiltà occidentale, lasciano trasparire proprio quel significato di « categorie atemporali » alla eliminaz;one del quale il Goldmann ha inteso dare un contributo decisivo. Alla base del discorso sta a nostro avviso la mancata soluzione della contraddizione che solca tutta la produzione lukacsiana : in che maniera conciliare la necessità di una storicizzazione integrale del pensiero greco, con la tendenza continuamente raffiorante a scorgere in quella forma di cultura e di civiltà un modello inarrivabile - e in questo senso ideale - in grazia di quel carattere di « totalità » che la cultura occidentale, dopo l’esperienza greca, avrebbe perduto per sempre? O, più schematicamente, come conciliare le esigenze di universalità con quelle di una storicizzazione integrale? Tale ambiguità metodologica non risulta soltanto dalla petitio principii in qualche modo implicita nel postulato goldmanniano d’una ricerca induttiva dell’essenza del tragico, ma anche dalle modalità stesse con cui il Goldmann ha intrapreso l’analisi della visione tragica in Pascal e Racine. In questa opera lo studioso francese si è servito dello schema concettuale della visione tragica elaborato dal Lukacs di L’Anima e le Forme, visione che, ci dice lo stesso Goldmann, il giovane Lukacs allora kantiano analizza ancora al di fuori d’ogni contesto storico. <( Noi cercheremo invece, continua il Goldmann, attenendoci alle posizioni filosofiche adottate successivamente dallo stesso Lukacs, di precisare la sua analisi collegando la visione tragica ad alcune situazioni storiche e soprattutto servendoci di tale schematizzazione concettuale per lo studio delle opere di autori estremamente importanti come Pascal, Racine e Kant ». (21) In che maniera, ci si potrebbe chiedere, uno studio imperniato sul concetto di tragico puro, può servire da riferimento ad un’analisi storico-sociologica, se non si ammette come dato pregiudiziale la fiducia accordata a una visione categoriale, atemporale del tragico? Certo Goldmann rifiuta in maniera (Esplicita un’utilizzazione di questo tipo’; tuttavia quando egli scrive di non essere in grado di fornire un concetto di visione tragica che si adatti anche alla tragedia greca e shakespeariana, la sua posizione è per 10 meno ambigua, nella misura in cui lascia aperta la porta alla possibilità di reperimento di un’essenza comprensiva di tutte le forme di tragico sinora esperite. La metodologia goldmanniana ci sembra dunque viziata, per quanto riguarda le possibilità future, dall’ibridismo con cui vengono giustapposte esigenze più scoperta-mente sociologiche e più risposte circolazioni di carattere idealistico e metafisico. Che è poi il limite continuamente reperibile all’interno della produzione lukacsiana. Quando ne L’Anima e le Forme il filosofo ungherese affronta il problema del tragico, è possibile già scorgere, dietro l’esigenza, di marca fenomenologica, di isolamento e definizione di una sfera del tragico puro, in senso atemporale, l’urgere dell’interesse storicistico di derivazione diltheyana. In Metafisica della tragedia, a differenza dell’impostazione di Max Scheler, 11 tragico non viene considerato come uno degli elementi costitutivi dell’universo : in questo senso Lukacs è ben lontano da ogni concezione che implichi in qualche modo l’idea di rispecchiamento. Secondo il filosofo ungherese, di fronte alla vita intesa come fenomenicità, come 42