del pensiero occidentale, non può che partire da questo modello storico per verificare in quale misura temi come quelli dell’irreconciliabilità, della colpa, del destino, che sono la scaturigine del pensiero tragico nel mondo ellenico, siano filtrati nella produzione successiva, a quale trasferimento di significato siano stati soggetti per le trasposte condizioni storico-sociali, fino a che punto abbiano conservato forza sufficiente da restituire il clima della tensione tragica o viceversa tale clima sia rifluito verso altri nodi di conflittualità. Se è vero che il segreto della tradizione - di ogni tradizione - consiste nella codificazione - e in questo senso ai trattatisti del nostro ’500 i modelli greci poterono sembrare il paradigma assoluto della tragedia e la produzione rinascimentale acquistare i sensi di vuota riesumazione archeologica, vero è anche che vengono epoche in cui la particolare curva del tessuto storico-sociale torna a creare le possibilità deli-tragedia : è allora che il mare compatto e assestato della tradizione dilaga oltre gli argini, che l’urgenza di nuovi contenuti, penetrata attraverso i temi offerti dalla tradizione, li assimila e li stravolge, ne scopre irradiazioni misteriose, corrode le vecchie forme ristrutturandole alla luce delle nuove necessità. (25) E quando l’ondata si placa e subentra la nuova codificazione, la tradizione si presenta arricchita, i modelli sopraggiunti sono pronti a dettare per un certo tempo legge alla sterile fatica degli epigoni. Se è dunque vero che solo il rapporto tra individualità creatrice e strutture storico-sociali di un’epoca ci consente di spiegare il problema della riemergenza del tragico, del reperimento delle scaturigini profonde da cui trae linfa una determinata essenza storica, è nondimeno certo che solo l’esame comparato della tradizione, delle forme storiche offerte dalla tradizione, delle strutture sociali da cui emergono i modelli della tradizione, può spiegare se e in quale misura un certo tipo di essenza storica può essere sopravvissuta nei secoli, pur tra le modificazioni più disparate. Quando Lessing scrive che Shakespeare, e non la « tragedie classique », è portatore del modello di tragico più vicino per essenza a quello dei greci, non è certo all’essenza in senso atemporale che vuole riferirsi. Lessing è ben cosciente della distanza irreparabile che separa le due forme di tragico e come sulle innovazioni contenutistico-formali del tragico shakespeariano abbiano inciso le condizioni particolari della società elisabettiana. La ragione è che Lessing ritiene di scorgere in Shakespeare, più che in Racine, un’eco più accentuata e avvertita dei temi che la tradizione occidentale aveva elaborato nei suoi inizi greci. Quando in Morte della Tragedia Giorgio Steiner ci dice che dopo Shakespeare e Racine la voce tragica « tace o giunge indistinta » non è la morte del tragico che vuol sostenere, ma la morte di un certo tipo di tragico, quello che, in maniera più o meno accentuata, si era potuto mantenere nel corso dei secoli in qualche modo legato alla fonte originaria. In questo senso Morte della Tragedia è un titolo paradossale, diremmo finanche pubblicitario. Quando, analizzando l’opera di Buchner, lo scrittore americano scrive che « Woizeck è la prima vera tragedia della vita umile. Nega una premessa che è implicita nella tragedia greca, elisabettiana e neoclassica: che la sofferenza tragica sia il triste privilegio di quelli che vivono nelle alte sfere » e poco più sopra « che Woizeck è incompleto e poco mancò che non andasse perduto. Eppure ora ci rendiamo conto che è uno dei cardini sui quali il dramma ruotava per volgersi verso 44