gnini e dall'impudica presentazione fattane da Plebe è stata l’unanime crociata del settembre 1966. Ora siamo in novembre e possiamo riparlarne con calma. Quali sono, dunque, i peccati capitali di Tutti la vogliono ? Possiamo cominciare a parlarne partendo dallo aspetto più marginale e irrilevante (ma non per questo meno azzannato dalle fauci dei tutori della patria rispettabilità) : cioè l’impudicizia verbale. Paccagnini, quando parla di cose che riguardano il popolo non intellettuale, ama scegliere un linguaggio popolare e non intellettuale. Io non ho nessuna difficoltà a riconoscere che personalmente non amo quel linguaggio, anche se amo le oscenità come ogni intellettuale che si rispetti: io, ad esempio, non direi «sputaballe» come dice Paccagnini, anche se poi non esiterei a scrivere, in gergo sofisticato, delle allusioni alle stimolanti parti del corpo cui allude la parola assai più oscene ed elegantemente depravate che non il vocabolo in questione. Questo sarà perchè ho letto troppo gli psicanalisti, o i moralisti cattolici : poco importa. Ma mi guarderei bene per questo, dallo scandalizzarmi per l’innocentissimo linguaggio popolano usato da Paccagnini. Ora, che qualche critico della destra puritana, come quello che ha lamentato la mancanza di riguardo di Paccagnini verso le «altissime Autorità della Chiesa» (A maiuscola, C maiuscola, la minuscola dell’aggettivo «altissime» è evidentemente un errore di stampa), ritenga «immonda» la maniera di esprimersi di Paccagnini sino al punto da provare « tanta ripugnanza nell’informare il lettore, sembrandomi quasi di offenderlo » : questo è pur comprensibile, giacché costui recita coerentemente la sua parte. (Tra parentesi, la vertiginosa oscenità che il suddetto critico tremava di pudibondo rossore a riferire al suo pubblico era il fatto che il testo prevedeva la comparizione di un vaso da notte sulla scena; e tutti possiamo immaginarci l’irreparabile sfacelo morale che può produrre sulla psiche di una casta fanciulla, o di un ancor più casto critico musicale, la visione di un vaso da notte! Naturalmente, se un tale critico fosse capo della polizia, a quest’ora, per colpa dei miei libri, io sarei già stato rinchiuso in un manicomio criminale). Ma quello che invece non è comprensibile è che anche gli avanguardisti che si dicono di sinistra si siano turbati con sdegno non minore : ad es. per il fatto che Paccagnini, nel descrivere gli effetti dell’olio di ricino dei fascisti, abbia chiamato le cose col loro nome, anziché usare perifrasi retoriche. Ma sarebbe assurdo sprecare ulteriori parole sul presunto carattere « immondo » dell’opera. Anche perchè, nella realtà dei fatti, si tratta davvero di un’opera castissima : e non lo dico affatto per rivolgerle un complimento (giacché per me la castità non è affatto titolo di merito), ma perchè questa è la pura verità. Il sesso, questo grande protagonista del mondo letterario contemporaneo, non vi figura — nonostante gli spogliarelli simbolici del personaggio femminile — quasi per nulla. Per chi poi, come il sottoscritto, seguiva in quei giorni contemporaneamente il festival del cinema, l’accusa d’impudicizia a Tutti la vogliono, suona adddirittura comica: certo nessuna delle signore del bel mondo che in quei giorni si raccomandavano ansiosamente per avere un biglietto d’accesso alle prurigini di Giochi di notte si sarebbe scomodata di un passo per Tutti la vogliono. Veniamo dunque agli aspetti più consistenti, riguardanti la sostanza dell’opera. Per quanto riguarda l’aspetto politico, anche qui la critica si è aggrappata prevalentemente ad argomentazioni del tutto esteriori: la parola d’ordine delle sinistre era di accusare Paccagnini di qualunquismo, quella delle destre era di accusarlo di screditare l’Italia affidando l’esecuzione di una critica politica della sua storia ad esecutori non italiani ma cecoslovacchi. Come se il compito di autore fosse quello di sostenere 51