l’azione punitiva di cui sopra abbiamo detto; l’organizzazione del Festival, a sua volta, terrorizzata da tante levate di scudi, ha talmente censurato, mutilato e boicottato la rappresentazione dell’opera da scoraggiare qualsiasi altro autore che non avesse la ferma decisione di Paccagnini di farsi ascoltare, nonostante tutto (e dire che persino questa sua fermezza gli è stata rimproverata come se fosse testardaggine o addirittura debolezza!). Ma proprio per questo il «caso Paccagnini 1966» è un episodio che non resterà privo di significato nella storia della cultura italiana di questi anni. Infatti una raccolta antologica di tutte le sciocchezze che si scrissero intorno ad esso, all’incirca dal 10 al 30 settembre, su quotidiani e rotocalchi offrirebbe un quadro eloquentissimo della decadenza e dell’ anacronismo della critica italiana. Varrebbe la pena di compierlo, perchè ogni tanto questi esami di coscienza sono salutari. L’anacronismo della nostra critica sta appunto nel suo rifuggire dall’autocritica. Già dieci anni fa, in una sua spiritosa commedia, Jonesco constatava ironicamente: «L’autocritica onora lo scrittore, l’autocritica disonora il critico ». Ma quello che in Jonesco era un motto d’ironia, presso gl’intolleranti critici dell’avanguardismo ufficiale italiano è divenuto invece il credo professjonale. Si attua così quella che Adorno definì « la trasformazione della critica in asserzione» : e quando la critica diventa affermazione di autorità, il futuro è delle sue vittime non già dei giustizieri che eseguono i suoi mandati. Perchè il futuro non è mai dei giustizieri. Bruno Donzelli Una storia di mio nonno, 1966 53