La polemica di de Martino contro l’irrazionalismo in etnologia fu continua e puntuale sin dai primi saggi pubblicati durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Nominato consulente della « viola » di Einaudi, ebbe modo nelle prefazioni scritte per alcuni dei volumi pubblicati e pure in diversi saggi apparsi su Società, di ordinare la trama di un umanesimo storicistico libero da ogni tentazione etnocentrica,* ma non incline a rinunciare a quello strumento essenziale per il giudizio (anche nell’ orizzonte di esperienze lontane nel tempo e nello spazio e partecipanti di vicende storiche del tutto estranee alla tradizione dell’Occidente) che è la ragione. Nello stesso tempo lo studioso napoletano, mentre veniva abbozzando il disegno di una rivalutazione del «mondo magico» che si concreterà nella pubblicazione di un saggio d’ importanza fondamentale (che, intitolato appunto II mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, aprirà nel gennaio del 1948 la «viola»), contemporaneamente si accingeva a compiere un primo scandaglio dei motivi profondi delle ierogenesi, i quali, successivamente ampliati, lo porteranno a quella che è certamente la più completa esposizione teoretica del suo pensiero, cioè la prima parte di Morte e pianto rituale nel mondo antico. Nella prefazione alla traduzione di un’opera del 1927 di Lévy-Bruhl, L’anima primitiva, all’inizio del 1948 de Martino, mentre rileva che l’etnologo francese «sembra essersi fermato a mezza strada... Il magico resta, malgrado tutto, un delirio, il cui incomprensibile carattere delirante non risulta affatto attenuato perchè se ne è costruita la logica.», già propone un nucleo teoretico sul quale avrà occasione di ritornare in successive e più ampie sistemazioni : «E manca altresì la comprensione piena, che è un rapporto che illumina di nuova luce entrambi i termini che lo costituiscono, il soggetto non meno dell’oggetto (si pensi alla wechsel-seitige Erhellung del Dilthey). La polemica contro la presenza immediata e non garantita nell’oggetto della ricerca non si è ancora tramutata, positivamente, in una forma mediata e garantita di presenza» (4). Nell’aprile del 1955 si svolse a Roma il congresso internazionale di storia delle religioni, l’ottavo della serie ma il primo tenuto in Italia. Com’ era prevedibile pochi furono i giornali o le riviste che si occuparono di quell’ importante avvenimento : di questa assenza della cultura italiana da una manifestazione di singolare rilievo de Martino si occupò in un articolo comparso su «Nuovi Argomenti». In esso, più che la cronaca degli interventi o l’elenco delle comunicazioni, de Martino sottolineava le tendenze ideologiche e gl’indirizzi metodologici prevalenti e coglieva l’occasione per esporre quella che secondo lui è la situazione più idonea in cui deve trovarsi ogni studioso per approfondire in modo scientifico i problemi-di cui si occupa. Per lo studioso napoletano l’indagine sui problemi storico -religiosi è proficua ed efficace nella misura in cui il ricercatore non è parte in causa, cioè nella misura in cui esso non è coinvolto direttamente in quella problematica che si propone di affrontare nel modo più rigoroso. Nel caso specifico degli studi storicoreligiosi i modi e i risultati delle indagini condotte sono tanto più fondati e sicuri quanto più chi se ne occupa ha interiormente risolto in modo radicale l’alternativa fondamentale della civiltà moderna che sembra imporre un aut-aut definitivo a tutte le fedi religiose tradizionali, compreso il cristianesimo. Di qui la professione di storicismo assoluto che per de Martino è l’unico punto di partenza scientificamente valido per affrontare — avendoli già superati — i problemi relativi a nascita, sviluppo e morte della dimensione religiosa nelle sue diverse manifestazioni storiche. «Che cosa è lo storicismo? E’ una visione della vita e del mondo fondata sulla persuasione critica che la realtà si risolve, senza residuo, nella storia, e che la realtà storica umana, nelle sue individuali manifestazioni, è integrale opera dell’uomo ed è conoscibile senza residuo dal pensiero umano. Che cosa è l’esperienza religiosa? Dal punto di vista della coscienza che vi è impegnata la esperienza religiosa è un rapporto rituale con una realtà metastorica o mitica», mentre dal punto di 57