che passa, senza margine di autonomia formale». (11) A questo punto la crisi della presenza (intesa come incapacità dell’uomo di porre una distanza tra sè e la realtà in modo da poterla valutare razionalmente e di conseguenza dominare) trova la sua risoluzione in un insieme di tecniche protettive di ordine metastorico, le quali a seconda della complessità culturale dell’ambiente in cui vengono elaborate possono manifestare valenze magiche o religiose mai nettamente separate e separabili tra di loro. Tali tecniche vengono ricondotte alla istituzione del mito inteso come «passo indietro», cioè come ripetizione di un momento delle origini in cui il fatto era già stato compiuto. «L’uomo ar caico», dice Mircea Eliade, « non conosce atti che non siano stati posti e vissuti anteriormente da un altro, che non era un uomo. Ciò che egli fa è già stato fatto. La sua vita è l’ininterrotta ripetizione di gesti inaugurati da altri » (12). Il rito rappresenta quindi l’ordine metastorico dei comportamenti ed è indissolubilmente legato alla rievocazione del mito in ogni momento in cui il rischio dell’agire storico pone in crisi la presenza. De Martino va oltre la spiegazione fenomenologica della ierogenesi e, in netta op posizione con le scuole irrazionalistiche francesi e tedesche, pone in guardia contro ogni pericolo di assumere come criterio di spiegazione ciò che a sua volta richiede di essere spiegato. Le sue intenzioni storicistiche sono a questo proposito intransigenti : egli nega al credente la possibilità stessa di una indagine costruttiva e scientifica sul fenomeno religioso : è possibile porsi il problema delle motivazioni inconsce delle strutture religiose consapevoli, il che non significa necessariamente ridurre il sacro a queste motivazioni inconsce, ma acquistare una prospettiva più ampia di quella del credente scoprendo oltre alle ragioni che il credente sperimenta e sa, anche altre ragioni che alla sua coscienza non appaiono e non possono apparire, almeno sin quando dura l’impegno religioso (13). Come si è potuto rilevare, il motivo ri- corrente dell’analisi demartiniana è costituito dal tema della crisi della presenza e della istituzione di un insieme di tecniche magico -religiose tese a conferire alla presenza smarrita un nuovo fondamento. Su quest’ordine di tecniche si basa, come viene detto nel finale de 11 mondo magico, la reale libera-zione dello «Spirito» nella storia dell’uomo. Ma il termine spirito viene utilizzato soltanto in riferimento alla concezione hegeliana della magia considerata dal filosofo tedesco come « superstizione e aberrazione di deboli menti». De Martino nell’indagine sul mondo magico primitivo e moderno è già oltre la concezione idealistica e neoidealistica : la stessa terminologia denuncia contatti non occasionali col pensiero esistenzialista e heideggeriano in particolare. I problemi del singolo e delle sue crisi non potevano essere inquadrati in uno schema metafìsico e teologizzante e tanto meno nella astratta ed «aristocratica» religione della libertà. Il mondo magico si era infatti chiuso con queste parole: «E la lotta moderna contro ogni forma di alienazione dei prodotti del lavoro umano presuppone come condizione storica l’umana fatica per salvare la base elementare di questa lotta, la presenza che sta garantita nel mondo» (14). Le esperienze politiche, il contatto con l’esistenzialismo e la psicanalisi, le relazioni stabilite con le plebi meridionali, lo portavano ad affrontare il marxismo come teoria e come prassi e ad informare di esso le sue scelte culturali. Possiamo quindi dire che le posizioni teoretiche di de Martino, partite da una matrice crociana, ne hanno successivamente misurato l’insufficienza e, pur senza rifiutarne esplicitamente l’eredità idealistica, si sono rivolte verso uno storicismo più consapevole dei problemi del singolo e più sensibile alla fondamentale componente economica dello sviluppo storico. Anche l’opera del filosofo tedesco Wilhelm Dilthey rappresentò per lui un’occasione favorevole per superare i limiti dell’occulta metafisica crociana giungendo ad una concezione della storicità intesa come «un aspetto costitutivo del mondo umano,... anzi (come) un suo aspetto esclusivo, dal momento che la storia 60