sto fuori dalla storia avrebbe dovuto implicare la compresenza effettiva, non storicizzata, ma attuale dei vari Cristi di questi duemila anni, presenti l’uno all’altro e vicendevolmente contaminati : invece questa contaminazione non esiste o è troppo sfumata: la smaliziata abilità del musicista porta con se tutte le remore culturali e storicistiche della nostra epoca : Penderecki cita Bach, occhieggia al canto gregoriano, accenna a qualche ricordo di polifonie classiche, ma tutto fa in maniera abile e levigata, come avviene appunto in chi possiede ben saldo il senso della distanza cronologica. Quella concezione a-storica presuppone invece inevitabilmente anche un sentire a-storico e primitivo, un’ingenuità che qui non ha luogo. Il Cristo di Penderecki è dunque solo apparentemente o intenzionalmente un Cristo immobile e presente nei secoli sempre uguale a se stesso : in realtà si tratta, nè più nè meno, di un Cristo di origini barocche, ben precisamente delimitato e circoscritto in un’epoca che va dagl’inizi del secolo diciassettesimo alla fine del diciannovesimo. Questi limiti cronologici sono chiaramente rivelati dal tipo di rapporto che Penderecki instaura fra il testo prescelto e la musica che lo illustra : il quale non è nè l’anonimo rapporto quattrocentesco in cui la parola, il testo sacro soprattutto aveva valore poco più che di fonema o di elemento strutturale, nè l’ombroso rapporto strawinskiano che rifiuta volutamente l’idea romantica della convergenza fra le arti e della musica espressiva, nel nome di una polemica «purezza» formale : la musica di questa Passione, è ancora «ancella della parola». E fin qui non ci sarebbe niente di male, poiché non è certo un obbligo seguire Strawinski o le neo-avanguardie di oggi nelle loro polemiche che avevano o possono avere ancora un preciso significato storico, ma che non hanno mai dimostrato che questo tipo di rapporto fra musica e parola fosse in se stesso teoricamente sbagliato o impossibile. Anzi, diremmo che certe avanguardie odierne, per la volontà di portare avanti fino alle ultime conseguenze un ragionamento che aveva limiti ben precisi, cadono a piedi pari nel trabocchetto della « inespressività » in assoluto, che è la definizione stessa dell’accademia, e si mettono a comporre musiche con tanta struttura e con poco senso. In realtà, il problema dei nostri giorni non è quello di cancellare dalla faccia della musica qualsiasi tipo di espressione, ma solo un certo tipo di espressione, quello appunto contro il quale Straw inki prendeva posizione, cioè il « sentimento» inteso come sentimento buono, come culto della « positività» in senso umanistico o in senso idealistico. Preso fra le due secche opposte della inespressività e della « positività », Penderecki s’impantana appunto in quest’ultima e vi resta irrimediabilmente invischiato; e invischiato quasi a sua insaputa, perchè il linguaggio che egli usa contraddice le intenzioni che egli mostra di possedere: la sua posizione nei riguardi della passione è infatti una posizione sostanzialmente tradizionale e di origini bachiane : egli vuol cantare la propria pietà per il Cristo e la propria condanna per gli uccisori; ma canta queste cose con un linguaggio che è nato proprio per contraddire la pietà e per contraddire la condanna; con lo stesso tipo di linguaggio, per intenderci, che, a parte le scorribande storiche di cui sopra, egli usa ad esempio nella «Trenodia per le vittime di Hiroshima » : ma la differenza fra le due opere, che rende per lo meno coerente questa ultima e incoerente l’altra, consiste nel fatto che in « Hiroshima » non c’è il segno esplicito e dichiarato, l’intenzione voluta della pietà e della condanna : c’è solo la testimonianza del terrore e del crollo interno. Il linguaggio musicale di oggi, è nato proprio per mettersi costantemente ed esclusivamente dal punto di vista del sonno della ragione, e l’impegno morale che lo regge, implica l’assoluta necessità di dover amare di notte ciò che si odia di giorno: dunque, l’unica Passione possibile con questo tipo di linguaggio, potrebbe intitolarsi : « La vittoria dei giustizieri » o : « La condanna del bestemmiatore », nè certo potrebbe riflettere il punto di vista di San Luca, ma quello, se mai, del Sommo Sacerdote. La pietà e la condanna, sorgerebbero allora inevitabilmen- 81