Fernando Trebbi Tre festival : Pesaro, Porretta, Locamo *1 m I più stimolanti tra i festival cui c’è capitato di partecipare nel corso dell’anno, sono certamente quelli di Porretta e Pesaro. Quest’ultimo, già al suo secondo anno di vita s’è decisamente inserito nel numero dei « grandi » festival su un piano che potremmo dire di carattere competitivo. Por-retta, senza prefìggersi mete tanto ambiziose ha ancora una volta rispettato il suo ruolo di manifestazione cinematografica più delle altre attenta a problemi di natura rigorosamente culturale. Alla manifestazione pesarese va in ogni caso riconosciuto il merito, non lieve, di aver saputo respingere le tentazioni dell’ufficialità pur riuscendo a dotarsi di strutture organizzative notevoli e tali da poter reggere il confronto con quelle della rassegna veneziana che ha puntualmente riconfermato, quest’anno, il suo attuale stato di crisi. Ciò significa che non sempre la complessità dell’organizzazione è strettamente collegata alla mancanza di vitalità. La discreta qualità artistica delle opere rappresentate, la delimitazione del campo entro i contorni del «nuovo cinema», la particolare costituzione della giuria che ha chiamato in causa un centinaio di critici e un pubblico sufficientemente folto, il contemporaneo svolgimento di una Tavola Rotonda sul problema delle creazioni di una « nuova coscienza critica del linguaggio cinematografico » (dalla quale sono uscite le cose più interessanti che siano state fino ad ora dette sul rinnovamento dei criteri di analisi del prodotto cinematografico), la sostituzione delle ormai inutili conferenze stampa con pubblici dibattiti tra registi e spettatori (critici e non) alla fine di ogni film in concorso, hanno permesso alla direzione del festival di creare intorno alla manifestazione una atmosfera di discussione e di ricerca insolita alla maggior parte delle iniziative parallele. Abitualmente i festival, pur radunando per parecchi giorni un numero notevole di critici giornalisti e studiosi, non offrono frequenti occasioni agli scambi di idee se non nell’ambito ristretto di coloro che si «riconoscono )> come rappresentanti di una medesima tendenza o indirizzo. Il dibattito in sala è servito, se non altro, a provocare confronti immediati di ipotesi e di opinioni, utili sempre anche se necessariamente viziati dai pericoli della estemporaneità. Talvolta se ne è riportata una impressione piuttosto squallida; altre volte, specialmente nel pubblico, ha suscitato perplessità il fatto che critici autorevoli (o soltanto famosi) non riuscissero ad esprimere valutazioni convincenti o rifiutassero addirittura di mostrare opinioni, senza lasciare bene intendere se si trattasse di aristocratica riservatezza o di semplice mancanza di argomenti. In ogni caso, anche in quelli appena ricordati, non sono mancati mai i motivi di interesse e l’iniziativa ha sempre conservato il suo aspetto positivo... Un’altra cosa utile è stata quella di aver favorito la partecipazione sufficientemente rappresentativa di gruppi di critici legati da particolari affinità, favorendo, per così dire, anche la giustificazione «antropologica » di certe maniere di giudicare, come nel caso ad es. dei seguaci dei Cahiers che, sotto la guida non sempre opportuna di Godard, si sono spesso esibiti in una sorta di sciovinistica gara, trinciando, ogni qual volta se ne pre- 86