sentava l’occasione, quei sorprendenti e noti verdetti in cui l’unica sfumatura ammessa sembra essere quella tra 1’« assolutamente eccezionale » e il « perfettamente idiota ». La ragione dell’interesse che noi crediamo di ravvisare anche in questo aspetto del" la manifestazione non sta ovviamente nella assurdità delle posizioni palesate, ma piuttosto, nella occasione offerta di potersi direttamente documentare su queste forme di comportamento critico. L’elemento di minor soddisfazione è stato invece costituito dalla presenza fuori concorso dei film forse più interessanti (per gli scopi del festival) dell’intera rassegna pesarese. E l’allusione è qui riferita specialmente a Nicht versohnt (« Non riconciliati ») di Jean - Marie Straub e a Echoes of silence (« Echi del silenzio ») di Peter Emanuel Goldman : due film che potremmo anche definire «di ricerca», ma che non di meno mostrano di aver raggiunto forme di espressione non certamente riducibili al piano puramente sperimentale. L’uno e l’altro, infatti, hanno il pregio non comune alle rimanenti opere della rassegna, di superare il limite, non facilmente valicabile anche da un punto di vista di avanguardia estrema, costituito dalla necessità di rifarsi in qualche modo ad una storia (per quanto ridotta e minimizzata), senza pretendere di negarlo o di farne velleitariamente a meno, ma cercando anzi di aprL re l’opera intera alla assunzione di quelle istanze o esigenze di carattere « metacinematografico » dalle quali solamente pare possa venire una informazione precisa sullo stato di personale meditazione dei problemi linguistici, oltre che espressivi, da cui parte l’autore. Straub e Goldman, hanno a nostro parere dimostrato di aver pienamente compreso che il cinema può avviarsi verso forme di reale rinnovamento espressivo solamente nella misura in cui prende piena coscienza e consapevolezza delle caratteristiche e delle possibilità del proprio linguaggio. Noi crediamo, senza con questo pretendere di stabilire in maniera definitoria ciò che implica e ciò che esclude l’etichetta di « nuovo cinema » assunta dalla manifestazione pesarese, che la ricerca e lo sforzo degli organizzatori dovrebbero orientarsi soprattutto nella direzione grosso modo indicata delle opere di questi due giovani registi. E per la verità, accanto ai nomi di Straub e Goldman, bisognerebbe fare quello di Romano Scavolini per il suo A mosca cieca, nel quale, pur essendo maggiormente scoperto l’intento sperimentale, non mancano alcune buone indicazioni sulle prospettive aperte dalla utilizzazione di uno stile estremamente composito e dall’impiego per es. delle didascalie e delle scritte (un po’ alla maniera della poesia visiva ) sia in funzione di per se stessa espressiva, sia in relazione di scambio reciproco di senso e di valore con l’immagine normale. Ma trattandosi di un’opera prima è ovvio che siano necessarie ulteriori e più convincenti verifiche. Quel che però importa sottolineare è il valore che tali opere possono presentare anche se alla fine non hanno la forza di sollevarsi al di sopra dell’esperimento magari privo (e questo appunto si tratta di verificare) di qualsiasi e ulteriore possibilità. E’ invece un fatto che nell’ambito special-mente della critica cinematografica si tende ad attribuire alla ricerca sperimentale un significato negativo superiore a quello comunemente in uso presso altre forme di critica artistica. D’altra parte se è vero che diventa difficile esprimere un giudizio globale su un’opera di carattere sperimentale, è altrettanto vero che bisognerebbe quanto meno poter valutare con una certa approssimazione la direzione nell’ambito della qua le l’esperimento si colloca. Rifiutare questo tipo di ricerca in quanto sperimentale non ha senso, così come non ha senso una accettazione indiscriminata sulla base dell’unica garanzia offerta dalla « sperimentabi-lità ». Anche nell’ambito del nuovo, anagrafi-camente inteso, dovrebbe essere possibile o-perare delle scelte, sia pure approssimativamente e necessariamente provvisorie, che tentino di decifrare l’orientamento dell’opera e il tipo di prospettiva aperta. Per quan- 87