pure Ln Jugoslavia una attività documentaristica che supera spesse volte la qualità del lungometraggio e che merita una considerazione attenta non solo sul piano della semplice informazione ma anche su quello idei riconoscimento aperto di valore e di significato. Skanata, Lazic, Milose. vie e gli stessi Petrovic e Dordevic, mostrano, nell’ambito di questo genere, un puntiglio, una precisione ed una efficacia polemica e critica non ravvisabile nella stessa produzione maggiore. Quasi sempre protestataria invece la linea polemica proposta da Vilgot Sjoman (« 491 ») e Bo Widenberg («Amore ’65 », « Il quartiere del corvo », « Il Peccato svedese ») che pur fornendo una immagine vivace della cinematografia svedese, hanno suscitato molti dubbi circa la effettiva sincerità delle loro opere dove spesso il compiacimento intellettualistico e l’intento volutamente eversivo impediscono il conseguimento di risultati convincenti. 491, che è forse il più duro dei film presentati, non supera il limite della denuncia piuttosto generica dei metodi di rieducazione troppo ottimistici usati nei confronti della delinquenza giovanile. La materia sembra interessare l’autore più per i risvolti di assurda ed incosciente depravazione, che fanno di questo film un’opera particolarmente maledetta, che non per la effettiva gravità del problema posto in evidenza. Per cui anche la ricerca sui vizi della sponda opposta (l’evidente pederastia di un ispettore sociale che tenta di irretire uno dei ragazzi) non raggiunge effetti convincenti. D’altra parte Amore ’65 che è invece il più intellettualisticamente e pretenziosamente estetizzante, non permette al suo autore di andare al di là del semplice ricalco di ciò che Fellini avea più chiaramente detto in Otto e mezzo. Perfino l’occasione offerta da Ben Carrunthers, in veste di allusione cultural-cinematografica, è stata miseramente sciupata. Ma tra i meriti maggiori della rassegna porrettana, sta sicuramente l’aver organizzato una retrospettiva del « primo » free cinema; quello per intenderci che ebbe origine nel ’56 al National Film Theatre di Londra nel corso di una serata durante la quale vennero presentati tre cortometraggi : O Dreamland di Lindsay Ander- son, Together di Lorenza Mazzetti, Mommo don’t allow di Karel Reisz. Quella serata e il programma distribuito agli intervenuti (« Un film non deve essere troppo personale. L’immagine parla. Il suono amplifica e commenta. La perfezione non è nei nostri propositi. Un atteggiamento significa uno stile, uno stile significa un atteggiamento. Implicito nel nostro atteggiamento è il credere nella libertà, nell’indipendenza dell’uomo, nel significato della vita di ogni giorno ») costituirono l’atto di nascita del nuovo movimento e segnarono la data d’inizio per il rinnovamento dei cinema inglese. Di Anderson si sono visti, oltre all’opera citata, W a\efield Express, Thursday children ed Every day except Christmas; della Mazzetti, La metamorfosi (dal racconto kafkiano); di Reisz We are thè lambeth’s boys. Completavano la rassegna film di Schlessinger, Flechter, Ingram, Grigsby, ecc. Ne è risultato un panorama quanto mai interessante offerto alla necessità di una verifica di giudizi a suo itempo espressi su questa importante esperienza. Così, pur nella sostanziale unità di intenti e di atteggiamenti, e stato possibile rendersi conto dei diversi valori personali, delle indicazioni tutt’ora valide, dei cedimenti, delle provenienze più o meno indicative dei registi oggi famosi, degli scarti intervenuti fra progetti abbozzati e realizzazioni ormai attuate. Non potendo dilungarci in questo bilancio analitico diremo, ma puramente a titolo di cronaca, che una delle cose, tra le altre ancora piene di fascino, sono i cortometraggi della Mazzetti in cui (il confronto ha largamente confermato questa ipotesi) una certa visione kafkiana della realtà e delle cose (evidente anche là dove non si tratta di operare una trasposizione come nel caso di La Metamorfosi) viene cinematograficamente realizzata con bella efficacia nella ricerca di atmosfere allucinanti e nella comuni- 90