cazicne di stati d’animo di ansia e di solitudine senza speranza. I pareri maggiormente negativi sembra averli suscitati la personale di Kennet Anger, present a Porretta con quattro opere: Fircworkj, Eaux d’artifice, Scorpio Rising, lnauguration of thè pleasure dome. In realtà ntssun hlm del documentarisa americano è sembrato paragonabile a Scorpio Rising la cui perfezione formale e il cui particolare fascino ancora una volta non bilanciano, come abbiamo già notato (v. Portico n. 2) la sottile ambiguità del testo. Ad ogni buon conto, al di là delle personali preferenze, la rassegna porrettana è sembrata l’unica in grado di risolvere il problema della documentazione, il più possibile completa, su personalità e cinematografie non sufficientemente conosciute. Anche quando non ha soddisfatto dunque la mostra di Porretta ha informato e ha informato bene. 3. L’abbandono della formula competitiva non sembra avere gran che giovato al festiva! di Locamo, e ciò soprattut- to perchè non si è voluto scegliere - come a Porretta - il criterio della documentazione a livello, diremmo quasi, saggistico e si è preierito conservare la vecchia struttura ecletticamente mondana, alternando film di un certo valore e impegno ad opere di semplice intrattenimento. Dalla commedia musicale, come Tre cappelli per Lisa dell’inglese Jak Hanbury, si è così passati al capolavoro autentico, come La guerra è finita di Resnais (presentata purtroppo fuori festival). In posizione più o meno intermedia, tra queste due sponde, sono di volta in volta apparsi, alla rinfusa film italiani di nessuna importanza, opere provenienti dalle precedenti rassegne, prodotti di chiaro impegno ideologico, esempi di pura e semplice distrazione. Blo\o, un film di Aldo Kyrou su alcuni episodi della resistenza ateniese che rappresentava un po’ la curiosità della rassegna sia per la persona dell’autore (noto saggista cinematografico) sia per le polemiche in varie oc- casioni sollevate, s’è rivelato a nostro parere un lavoro sorprendentemente sprovveduto, sospeso a mezz’aria tra la più assurda sciatteria (che Kiiou ha tentato di contrabbandare, con tipico snobismo parigino, per <( stilizzazione » di provenienza brechtiana) e il romanticismo più pedestre e insulso. Ben altrimenti rimarchevole al confronto è risultata l’opera presentata dalla Romania per la regia di Lucian Pintilie dove il medesimo problema viene affrontato e trattato con un tono ed una misura certamente insoliti negli esempi del genere fino ad ora offerti dalle cinematografie socialiste. E anche se la seconda visione ha messo maggiormente in luce la provenienza troppo occidentale delle esagerate insistenze sugli aspetti elegiaci della vicenda, non si può fare a meno di credere che jDominica alle 6 abbia chiarito, più di quanto non fosse risultato a Pesaro, i pregi impliciti nel particolare atteggiamento di distacco che il regista ha voluto assumere nei confronti della materia del racconto. Ma i motivi di più immediato interesse la rassegna di Locamo li ha offerti nell’ambito della sua sezione retrospettiva dedicata quest’anno a Pabst. Del famosissimo regista tedesco è sitata infatti presentata una scelta comprendente quasi tutte le opere più significative e rappresentative dei suoi vari interessi e periodi di evoluzione, non tsilusa la versione cinematografica della brechtiana Opera da tre soldi che, nella edizione tedesca (ma a Locamo s’è vista anche la corrispondente edizione francese realizzata dallo stesso Pabst con alcune modifiche e con diversi interpreti), ricalca, per qu.into riguarda l’impianto scenico e l’interpretazione registica, la prima realizzazione teatrale di Eric Engel, avvalendosi della collaborazione dei medesimi attori e specialmente della grande cantante Lotte Lenya (moglie di Kurt Weil) nella parte di Jenny delle Spelonche. Oltre a questo, non pare che al festival locarnese (cui bisogna scontare le gravi difficoltà d’ordine tecnico e artistico determinate dal problema della ristrutturazione della rassegna e dal passaggio della direzione da Berretta 91