Renzo Margonari Gli orpelli della storia nel ” Federico II di Hohenstaufen ,, di Sergio Vacchi Ad ogni mostra di Vacchi mi convinco sempre più che quando mi accade di leggere — abbastanza spesso in verità — che l’attuale sua pittura è una strana commistione della cultura petroniana e di quella capitolina, ancora una volta sono al cospetto di un lampante esempio della pigrizia intellettuale e della deficienza selettiva di certa nostra critica ((militante». Vacchi, infatti, non ha più niente nella sua pittura che risalga alla formazione emiliana : egli è, oggi, totalmente, un pittore romano al punto che mi sento ragionevolmente in grado di sostenere — a costo di suscitare tolleranti sorrisi — una certa affinità con Scipione. Fondamentalmente la Roma di Vacchi non è diversa, nella visione, da quelle della «Cortigiana» e del «Cardinal Decano» e mi meraviglia, devo dirlo, che con tanti saggisti degni di assoluta stima e certamente approfonditi nella conoscenza della singolare figura di Vacchi come io non sono, nessuno abbia individuato questo preciso dato nella attuale fase di lavoro dell’ artista. Ovvero — se ciò s’è verificato — nessuno di loro abbia creduto giustificata questa osservazione al punto da doverne dar conto (e qui sollevo eccezione per Enrico Crispolti, fedele interprete di Vacchi, che il nome di Scipione l’ha accennato, sia pur incidentalmente ma più volte, nella sua monografia sul ciclo del «Concilio». Del resto in questo libro v’è anche un’anticipazione sulla conclusione del presente articolo). Personalmente — mi si conceda questa (forse ingenerosa?) digressione — ritengo che, al fondo, Vacchi coltivi il permanere di questo equi- voco interpretativo (del resto tutt’altro che sostanziale), poiché ciò prolunga — a livello inconscio, o intenzionalmente, non so — i legami con l’odiata-amata Bologna, che non vivono più nel tessuto delle sue ragioni poetiche. E con ciò si spiega perchè il ritorno a Bologna con la sua personale alla « S. Luca» non è — come è facile ritenere — da considerarsi il ritorno di un figliol prodigo arricchito ma, al contrario, la dichiarazione di un atto di indipendenza nei confronti di una cultura con la quale non sente alcun legame ormai, e ci tiene a dimostrarlo. (Da citare qui, come esempio d’alto e civile dileggio, l’omaggio a Bologna la cui simbologia è ben leggibile). Un deciso rifiuto. E’ a Vacchi che si deve la rottura con la stagnante permanenza dell’Informale che in Bologna aveva sino ad un anno fa l’ultima roccaforte ben sorvegliata dalla presenza di alcuni critici che hanno creduto in esso sino alla fine, e se i migliori dei giovani artisti bolognesi lo hanno seguito (e questo suo ruolo di battistrada, chi vorrà negarlo?) la loro operazione culturale conserva ancora l’aria saputa e plateale della furbizia balan-zona, si tratta insomma di intelligenti adeguamenti, mentre la fuga di Vacchi a Roma «per esserne provocato» rispondeva ad una autentica spinta interna, alla decisione di farla finita con un certo ambiente e tutto ciò che esso rappresentava. Il «segno» di Vacchi lo ritroviamo spesso, facilmente riconoscibile nei quadri «viscerali», «neofigurativi» di Pozzati e di Cuniberti ed oggi ancora nei tentativi di certi giovanissimi bolognesi come Salióla e Di Bernardo. 96