Ma Vacchi, ormai è un altro. Ora se già si può parlare ragionevolmente di un Vacchi barocco, consapevolmente impegnato in una mordace requisitoria nei confronti di una Roma prelatizia, falsamente monumentale, cancrenosa, la Roma dell’orpello storico, la Roma che fagocita, che integra, che ingloba, la Roma dello sfacelo morale istituzionalizzato, è tempo di tentare di inquadrare il discorso di un Vacchi conseguenza della «scuola romana», risalendo a Scipione. Discorso che si fa evidente e necessario ove si consideri che persino il già citato «Omaggio a Bologna» è propriamente uno dei suoi quadri più «romani» e, in questo senso, assai significativo come testimonianza di una rottura senza possibilità di recuperi. (Io non sono disposto ad interpretare — come molti hanno fatto — gli « Omaggi a Morandi » come una commossa testimonianza di considerazione per l’artista scomparso. Cito quella serie di tele unicamente per chiarire le mie convinzioni sulla posizione di Vacchi nei confronti di Bologna: e per far ciò non sento il bisogno di parlar bene di Morandi senza parlar male di Vacchi o viceversa, che mi sembra la maggior preoccupazione emersa dagli articoli che recensivano quella mostra). Vorrei ancora insistere accennando — senza sviluppare 1’ argomento che riguarda più il costume che l’arte — alla possibilità di una ipotesi su Vacchi anti-Guttuso coinvolgendo, a livello mondano e nella sua volontà di inserirsi profondamente, di «metter radici» nella contemporanea vita artistica romana, il personaggio : anche se questa ipotesi può ritenersi ingiustamente peregrina e no può far piacere, nè comodo al pittore. E’ un fatto, in ogni modo, che la mostra alla bolognese Galleria S. Luca, pone questi problemi in modo perentorio e ritengo Vacchi troppo intelligente per non valutare obbiettivamente (e strumentalizzare) la situazione consciamente determinata dalla sua opera. Che oggi l’artista sia nettamente integrato in senso socio-culturale nell’ambiente romano è un fatto. Fatto che ha risvolti significativi come, posso dirlo, la mancata comprensione del suo fare alla mostra milanese (gali. Nuova Milano). La mostra bolognese s’imperniava su un unico grande dipinto, sul quale una elegante monografia con testi di Barilli, Cri-spolti e Del Guercio è stata pubblicata come primo esempio della nuova collana ACME (Ed. Lerici). «Morte di Federico II di Hohenstaufen» è una prova che riconferma le anticipazioni di Crispolti ai tempi del «Concilio»: «Vacchi dirime il simbolo storico che nella sua aulicità tende a terrorizzare intimamente a dominare l’umano, vuole umanizzare insomma il simbolo, profanarlo se possibile, per variarne l’alone di assolutismo metafisico» per cui il «Federico II» non è ideologicamente differente dal lavoro svolto in precedenza anche se fra quel ciclo (destinato ancora a rimanere un punto ben fermo della storia personale di Vacchi) e quest’ultima opera, corre un periodo di intenso lavoro esemplificabile nei «Brindisi» della Biennale, negli «Omaggi a Giulio Romano», e gli «omaggi a Morandi» (non parendomi la serie dei ritratti esposta recentemente a Roma allo stesso livello). E’ evidente che i putrescenti inganni della città eterna non sono meno presenti nel «Federico II» che nelle celebri tele del Concilio». L’onda che trascina le rovine etiche di Roma (un’onda che non nasce e non finisce, come anche fosse di marmo o, meglio, di poliestere); Federico II, anche lui trasformato in orpello marmoreo; l’immanenza della quotidianità, rappresentata dal tavolino con la cravatta e la poltrona, sotto il telefono di marmo decrepito, però. Simboli che ritroviamo, confermati, nei numerosi studi e particolarmente evidenziati ne «La telefonata marmorea» (idea consapevolmente magrittiana). Ed il discorso nuovo di Vacchi è probabilmente questo. Dotato di una rara sensibilità anticipatrice, Vacchi è oggi tra i primi artisti a compiere il ricupero del Surrealismo « storico » e non contentandosi di ventilarne le possibilità ha affrontato d’impeto il problema (del resto frutto di una lunga gestazione) con un quadro di enormi dimensioni : forse per com- 97