istituzioni esistenti del socialismo, ma non risparmia feroci critiche anche al Prampo-lini, destinatario in questo caso delle sue lettere. Del resto non si potevano pensare figure più lontane fra loro di quelle di Labriola e di Prampolini, il primo impegnato prevalentemente nel lavoro di rigore teorico e l’altro animato da un impegno costante di evangelizzazione e di dirozzamen-to delle plebi. Impressionano pure alcune lettere inviate dalla Balabanofl al Prampolini dalle quali affiora un ascetismo rivoluzionario totale, che crea in lei complessi di colpa anche per essersi solo concessa qualche pausa nell’azione, per aver partecipato a qualche pranzo, per essersi attardata in una discussione amichevole con esponenti socialisti o per aver scritto una lettera non necessaria allo scopo politico prefisso. Mirabili sono poi le lettere di Giovanni Zibordi specialmente del periodo dell’esilio « in patria » dopo la venuta del fascismo, quando buona parte dello stato maggiore riformista si mimetizza nella città di Milano; la sensibilità dello Zibordi è toccante nel procurare aiuto economico a Prampolini senza offendere la sua suscettibilità, nel difendere poi la sua memoria, affinchè la personalità del grande amico scomparso non fosse strumentalizzata dalla stampa fascista o da quella frazione di socialisti che avevano cercato un compromesso con il fascismo. Si respira così l’atmosfera degli epigoni del socialismo riformista negli anni trenta in una Milano, che appunto per essere grande città offriva possibilità di sopravvivenza. Ma ormai Prampolini e i suoi fedeli appaiono uomini di altri tempi, ammalati, sfiduciati, poveri; l’azione politica socialista viene ora portata avanti da uomini più giovani sia in Italia che all’estero. Giustamente Marmiroli conclude la sua prefazione con questa impressione che non si può che condividere : « Più studio Camillo Prampolini, più egli mi pare un personaggio lontano da noi nel tempo e nello spazio ». E’ questa la conclusione alla quale il Marmiroli era già arrivato con un appas- sionato profilo nel 1948, quando l’editore Barbera pubblicava il suo Camillo Prampolini. Un buon servizio agli studiosi del movimento operaio italiano è stato citato ancora dalle Edizioni del Gallo con la pubblicazione di tre volumi ciclostilati che assumono l’appropriata definizione di Strumenti di lavoro. Archivio del movimento operaio. A cura dì Gioetta Dallo e di Giuseppe Bermani questi primi volumi presentano i seguenti titoli: I Congressi delle Società Operaie (1857-1859); I Congressi delle Società Operaie (1860-1861); Il fascismo in Italia. I primi due volumi si riallacciano idealmente e concretamente all’inizio della pubblicazione degli atti delle società operaie già intrapreso, pochi anni dopo la fine della guerra, nei primi numeri della rivista Movimento Operaio. Questa idea delle Edizioni del Gallo sicuramente farà strada e troverà degli imitatori anche perchè sono numerosi ai giorni nostri gli istituti di ricerca che ricorrono alle opere ciclostilate per rendere utilizzabili studi e fonti alla ristretta cerchia delle biblioteche e degli studiosi specializzati nelle varie materie; i volumi citati vengono tirati in non più di duecento copie, ma in compenso, sono estremamente curati e ben difficilmente ci è capitato di incappare in un errore di ... « stampa ». In questa sede ci vogliamo brevemente soffermare sul terzo volume, che già nel titolo enuncia esplicitamente il contenuto : Il Fascismo in Italia, Leningrado 19Z6, Studio inedito per i quadri dell’Internazionale comunista, a cura di Renzo De Felice. Questo ampio documento di circa cento-trenta pagine densamente dattiloscritte è teso allo scopo di capire a fondo il fenomeno del fascismo, già affermato, ma non ancora arrivato a piena maturazione. Sin dalle prime pagine viene rifiutata la troppo facile e schematica definizione del fascismo « espressione armata della reazione capitalista contro il proletariato e il movimento dei lavoratori ». Come si sa, di fronte alla reazione fascista non si trovarono disarmati solo i so- 102