cialisti riformisti (dei quali già abbiamo notato, attraverso i cenni sulla personalità di Prampolini, il disorientamento, la sfiducia, il senso della propria inutilità e la mancanza di una visione prospetica del futuro) ma anche i comunisti. Le carenze della azione comunista già in questi anni sono ben noti; il settarismo dei comunisti italiani è tale che, per boria di partito, si oppongono perfino agli indirizzi generali della Terza Internazionale Comunista che insistentemente invitava i quadri comunisti italiani a creare un fronte unito di comunisti e socialisti da opporre al fascismo. I comunisti arrivarono perfino a riutare l’adesione alle formazioni socialiste di « arditi del popolo » che si proponevano di resistere con la forza alle squadre fasciste. Ma il maggior merito di questo studio non sta nel riaprire di fronte a noi questi temi già ben conosciuti, ma negli elementi nuovi e nelle impostazioni nuove del tema. Sono presenti nel documento i ricordi di un dibattito che si serviva di un osservatorio privilegiato per raggiungere una visione generale della situazione del movimento operaio italiano : Mosca, centro del movimento rivoluzionario europeo e mondiale. E’ così che dal suo sorgere il fascismo non è visto come una malattia nel corpo sano della nazione italiana ma come un fenomeno di significato internazionale, come espressione della fase più acuta dell’imperialismo. Questa intuizione è feconda di risultati poiché pone i problemi italiani (risorgimentali, post-unitari, contemporanei) in una dimensione mondiale e spiega il fascismo non come patologia di provincia, ma sostanza stessa del capitalismo; una tragica e clamorosa conferma è data successivamente dalla caduta di quasi tutti gli stati europei nelle mani di dittature di tipo fascista. Ci sembra che sia resa molto bene anche la dinamica delle classi e dei ceti sociali; il fascismo, originariamente fenomeno di carattere agrario e di ceti medi, alla fine si conclude e si consolida come monopolio del potere da parte del capitale indu- striale e finanziario. Nella descrizione del-l’emergere e del cadere di ceti ci sembra che il documento raggiunga la maggiore efficacia, tanto da richiamarci alla memoria alcune pagine del classico studio di Marx : Il diciotto Brumaio di Luigi Bona-parte. Naturalmente questo studio si propone uno scopo pratico; troppi sono i fatti che in questa sede risultano evidenziati rispetto ad altri e che la storiografia contemporanea quasi non ricorda più. Ma spesso da queste esuberanze interpretative possono uscire desideri di conferme e di controllo. Anche Gobetti e Gramsci non avevano scritto opere di storia, ma numerosi storici sono partiti dalle loro intuizioni; quindi molte affermazioni sono certamente da sfrondare, ma alcune sono da tenere presenti. Il primo de I Quaderni di Rassegna Sovietica (1965) pubblica gli Atti del 1 Convegno degli Storici italiani e sovietici (Mosca, ottobre 1964). Era all’ordine del giorno dei presenti al convegno (per gli italiani: Paolo Alatri, Mario Bendiscioli, Giuseppe Berti, Giuliano Procacci, Rosario Romeo, Franco Venturi Pasquale Villari e pertanto studiosi di varia ispirazione politica) un primo bilancio di quanto si è prodotto nell’ultimo decennio nel campo storiografico, sia in Italia che nell’Unione Sovietica, a proposito degli argomenti relativi ai due secoli che corrono dall’inizio del ’700 alla prima guerra mondiale. Quattro sono stati i relatori dei quali due di parte sovietica (M.V. Neckina e A.Z. Manfred) e due di parte italiana (P. Villari e R. Romeo). Come avviene quasi sempre in queste occasioni, troppo numerosi furono i discorsi di convenienza e di imbonimento reciproco, del resto quasi necessari per un avvicinamento propedeutico di carattere umano e per l’individuazione di una terminologia comune. Incidentalmente si può avanzare qualche impressione sulla storiografia sovietica, quale emerge dai bilanci presentati dai relatori e dalle successive note esplicative emerse dal confronto di idee con 103