castro di lettere, liriche e saggi, di un progressivo arricchimento di contenuti e di temi, per l’ispirazione e concentrazione spirituale. Se la poesia d’oggi era affidata ai giovani che nell’ansia di rinnovamento sperimentano tutte le vie possibili e nell’interesse formale, talora avanguardistico, cercano una soluzione dei problemi di fondo, ma soprattutto rifiutano ogni foima di tradizione con la quale invece pur bisogna fare i conti, quale credito è doveroso e possibile dare a chi da anni lavora in modo coscienzioso e puntuale alla ricognizione dei limiti e della portata della poesia nella società contemporanea, quando è dato per certo il peso della presenza della cultura nella vita degli uomini? E s’intende che si tocca qui non il carattere di concezione del mondo, riflessa e pienamente consapevole, ma piuttosto il senso stesso della vita nel suo essere, che è in ognuno di noi al di là (o al di qua) della razionale accettazione delle cose. La storia non è nelle cose; sta all’uomo controllarla e cogliere, di fronte alla complessità del reale, l’ansia di morte, l’emozione più segreta, l’annunzio laico o religioso che sia, che la storia umana ci dà, mai come fatti individuali però. La mancata inclusione in questo volume delle poesie degli anni intorno al 1954-55 che si svolgono all’insegna di un distico di Esenin « ho nutrito i miei versi bestiali / di resèda, di menta e di rancore » giustifica — proprio a contrasto — il nostro riferimento. Poesie naturalistieo-populiste, bracciantili-operaistiche, ecc. sono in larga misura impiantate anche nel filo della memoria, sull’evasione lirica e sull’idillio morale, sul fatto emotivo che, in fondo, non aveva bisogno di nessuna giustificazione per precisarsi in termini di poetica : i temi più consueti, quasi crepuscolari talora, le ascendenze o le discendenze (per lo più italiane da Montale a Pavese ecc.), la polemica esplicita o sottaciuta con l’ermetismo delle passate generazioni, la scoperta del mondo del lavoro nella dimensione più comune (non ancora neo-capitalista) non of- frono che scarsi nessi con le cose più tarde; tuttavia qualche ricordo e poche intonazioni di meditazione (Decennale della Resistenza a Luisa Levi ecc.) lasciano intravedere una delle vie della sperimentazione successiva. Ma per meglio concretare questo tempo, vai la pena di leggere : Stormi di passo. STORMI DI PASSO Le canne sbattono sul lago e il pescatore a riva sui bassi scanni delle lavandaie confabula fumando a mezza bocca del tempo che farà nell’invernata. Fuori San Giorgio, sul lago di Mezzo, sono i braccianti gli stormi di passo, e il loro rotolare contro vento a schiena curva, in bicicletta, come nubi di folaghe nere alte levate allo schioppo del cacciatore, accende i primi lumi della sera. Un’altra volta è finita l’annata spalancano le ali nebbiose le folaghe selvagge disperate ma il padrone dei campi di grano ha tutte le sue bestie nella stalla. 1954 - 55 Non di molto mutano le linee, che si fanno più sinuose ed interessanti però, della ricerca nel periodo immediatamente seguente che mi sembra all’insegna di uno scavo di contenuti (morali, politici e sociali) e di una più filtrata ed attenta osservazione del mondo letterario contemporaneo (italiano e straniero) colto s’intende sempre con quella cautela un poco provinciale, presente in chi, per abitare la provincia, tende a spezzare la crosta del suo involucro, ma non ne ha ancora i mezzi o la forza : alcuni poemetti (Don Eugenio Leoni, 1 Martiri, A Garcia Lorca ecc.) nei quali il linguaggio e il lessico si fanno più aspri e personali; varie traduzioni di classici e di moderni (da Catullo a Hernandez), l’omaggio a Quasimodo in quel tempo gravemente ammalato in Russia, e infine la collaborazione alle prime riviste letterarie 105