creto, di polemica umana contro i profittatori con un timbro che, fatte le adebite distinzioni, si potrebbe far risalire al Carducci dei Giambi ed Epodi, al sarcasmo ed all’impegno di Heine, alla poesia civile di un vociano : Jahier. Poetica dell’oggetto o poesia della memoria? Elegia, inno, struggimento del poeta o scatto di odio che rende difficile l’interiore pacificazione non concessa dal razionale tormento? Così Contini : « quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell’universo si ha un’idea sicura e precisa, che si crede in un mondo certo, ontologicamente ben determinato, in un mondo gerarchiz-zato dove i rappresentanti stessi tra l’io e il non-io, tra l’uomo e il cosmo sono determinati, hanno dei limiti esatti, delle frontiere precognite. Le eccezioni alla norma significheranno allora che il rapporto tra l’io e il mondo è un rapporto critico, non è più un rapporto tradizionale ». E questo legame può trovare via di scampo in una poesia ardentissima nel tono, eloquente e appassionata, ed insieme vuota di qualunque motivazione concreta (autobiografia, che spesso toglie al lettore la possibilità di intendere e di partecipare), oppure in una svolta satirica che, dall’isolamento morale o dalla insicurezza (nella passione senza oggetto), trae una sollecitazione non occasionale. Tale è il caso dell ’Ultima battaglia, che mi sembra rivelare un momento di trapasso. L’ULTIMA BATTAGLIA Vittorio Emanuele sovrano d’Italia l’ultima sua battaglia gioca statua in Piazza del Duomo. Fannulloni colombi a centinaia ha fermato, ordinate le file per un assalto tremendo sui colli sulle schiene dei turisti, ha posato da re le mani sul cavallo dal balzo frenato Alte vetrate in Galleria dal bombardiere infrante, riparano le primavere piovose dei cassieri intasate di smog. Come resistere alle intemperie, Sovrano d’Italia, spiare la via della vittoria senza alleati, nudo, di bronzo, a cavallo, coi piccioni indiscreti, le coppie straniere e fretta e paura, in pose ridicole, becchime da tutti i lati, come resistere al freddo di quelli che stanno per ore seduti al tuo piedestallo? Non si tratta dunque soltanto di resistere alla ironia delle cose, alla rettorica dell’inutile letteratura del giorno (La letteratura è un lusso?) : « lavorare per esistere, ma non basta; prendere una via e non lasciarla, ma non basta (...). Accerchiare dall’esterno la roccaforte della vecchia cultura monopolizzata e prostituta dalle condizioni del mercato e della politica; allegare i documenti di una apertura di politica culturale, accogliere testi non conformisti e malpensati, ma neppure vaghi o generici o neo-populisti, per contribuire alla nostra storia. Essere nella realtà per la realtà, come fronte di ogni nostra conoscenza, pensiero, parola ». Se dunque la letteratura non è un lusso, se per la cultura e la società, ciascuno si assumesse la propria parte — unica salvezza nella cultura e nella società — lo scrittore non può « restare lontano » dalle sue basi storiche, non può rinchiudersi nella pura forma o nel naturalismo, nella pura descrizione o in una falsa neo-realistica oggettività. .Se lo spirito del ’45 è ormai remoto — in letteratura come in politica — perchè altri sono i problemi dell’età contemporanea, ciò non significa l’annullamento di quel nodo storico, che è più di una semplice esperienza, è in vero una svolta, un rovesciamento di « cose ». Riva, Ferrata, Scrivano riprendono e svolgono queste idee. 107