Finita l’epoca dell’idillio, mentre la società italiana risospinge gli scrittori gradata-mente nel vicolo cieco dell’isolamento, mentre si sta operando il divorzio (il solo possibile in Italia) della cultura autentica dalla vita politica o sociale, sono forse dissolte le speranze di allora? Le risposte, differenti tra loro, sottintendono una volontà di riscatto sociale che va al di là di una battaglia perduta (nessuno disarmi), anche se, come dice Ferrata, « il mondo intellettuale si prosciuga sotto il sole lento e spietato della civiltà di massa ». E Finzi? « Ho sciolto molti dubbi che avevo — ricorderai — in sede politica; ho chiarito a me stesso molte e molte cose; adesso capisco il movimento aperto e quello sotterraneo, in politica, in economia e — come sovrastruttura — nella cultura. Tutto questo entra, entrerà sempre più nella mia critica e nella poesia. Impegno o no, non importa: ma sia sempre una sostanza (substantia, essenza etica ecc.) viva e presente nella pagina quale che sia » (luglio ’60). « D’accordo, sono vivo e mi sento ben tale, pieno di curiosità, di forza, di coraggio, di volontà e di fiducia nel mondo, in un mondo morale, concreto, presente » (ott. ’60). Proprio perchè nessuna poesia triste è più triste della vita, così scrive dopo una serie di delusioni che gli fanno capire molte cose : « La prima è che bisogna tacere, lavorare e (magari) soffrire in silenzio, che non c’è aiuto che in noi; che poi anche la morte è sempre a nostra disposizione (vedi Pavese). La seconda è che, forse, si nasce segnati; c’è chi nuota sulla superfìcie delle cose, riesce e senza sforzo realizza le sue aspirazioni; e chi, per essere di materia più pesante va al fondo, grave come un galeone spagnolo » (6 dicembre ’60). « Sono amaro e disamorato, lo capisci? E’ inevitabile. Sono di fronte al fallimento; vengo in città e accetto l’alienazione della metropoli e della grande azienda solo per riuscire a trovare un editore per le poesie, riviste per i saggi ed editori anche per questi e trovo al più la rivistina che dopo de- cenni che scrivo mi pubblica 5 poesie », giudicate aggiungiamo noi, in ritardo per eccessivo urgere di sentimento, rispetto alla forma e... al critico, certamente più scaltrito. Tuttavia mentre la solitudine sembra incombere definitiva, e mentre il dialogo sembra intrecciato soltanto coi letterati di professione (il che snatura invero il rapporto di comunicazione tra scrittore e pubblico), mtaurano lavori più impegnativi (Bettinelli, l’antologia del Giornale degli amici della libertà) traduzione ecc.; e i consensi non mancano, cauti ma gradatamente più ampi. Non possiamo credere che Finzi abbia a percorrere per la poesia la via che, per es. percorse Pavese, il quale « ebbe la certezza di aver trovato il primo giorno il mondo vero, il mondo eterno », e di non far altro, in futuro, che aggirarsi intorno al grosso monolito e staccarne dei pezzi e lavorarli e studiarli sotto tutte le luci possibili ». E d’altro lato egli ne ha coscienza, come risulta da una lettera dell’estate del ’62; parlando della vita solita di lavoro dice : « Ma, al contrario, le insolite poesie, acri, dure, con musicalità frenata frasi fatte e termini culti (tipo lo spirito del ’45 in verso), satira e ironia a piene mani. Dopo Diamila, altre 7 o 8, un piccolo nucleo nuovo, a se stante, indigeno di Milano e del neo-capitalismo ». Accogliendo una formula settecentesca con senso di oggi (« un sogno fatto in presenza della ragione »), Finzi può definire allora il campo d’azione del poeta moderno: l’intervento della ragione contro la deviazioni della fantasia pura, del sogno, dell’evasione; la ragione che si fonda sul reale, e non il raziocinio che è astratto (...); tendendo a un risultato valido per tutti, esemplare in nome di una comune umanità, di comuni problemi, che è poi, davvero realismo ». « Realismo è la coscienza del proprio tempo, la razionale precisa necessità di una confluenza letteratura-storia (o cultura-società); così si riconferma il proprium della opera d’arte non certo nell’identificazione di questa con la temperie storico-sociale, o in un naturalismo (di molti narratori d’oggi); quanto soprattutto nella tipicità di figu- 108