qualche modo e fattivamente conosce; «...può darsi che noi, che siamo creature legate alla terra e abbiamo preso a comportarci come se fossimo abitanti dell’universo, non riusciremo mai a capire, cioè a pensare e ad esprimere le cose che pure siamo capaci di fare ». Pag. 8. Si tratterà di vedere in che consista e da dove propriamente derivi questa situazione della conoscenza, la cui origine è già indicata nella posizione del problema di una comprensione legata alla terra, la quale ha trovato l’accesso ad una condizione, come punto di vista e punto d’appoggio, nell’universo. La seconda questione sollevata nasce dalla constatazione dei risultati contradd'to-ri cui ha condotto lo sforzo implicito nel progresso del lavoro. L’automazione che libera dal lavoro, giunge nel medesimo tempo in cui la società stessa, in virtù di una glorificazione teoretica del lavoro, è diventata una società di lavoro. «La realizzazione del desiderio perciò, giunge nel momento in cui può essere solo una frustrazione». Pag. 10. Su queste due questioni l’A. porta la propria riflessione, la quale cerca in un’analisi delle forme dell’operare — la Vita Adiva — il mezzo per far luce sulle situazioni problematiche indicate; analisi in cui l’A. fornisce una interpretazione in alcuni punti originale ed interessante della struttura interna della Vita Activa, della connessione delle forme dell’operare e delle vicende della loro gerarchizzazione nella cultura occidentale. Il primo modo di essere dell’uomo pratico è Yanimal laborans, soggetto di ope-operazioni vitali, nelle quali rientrano la produzione ed il consumo, e che hanno come carattere proprio l’andamento ciclico; la forza-lavoro è « la forma specificamente umana della forza vitale » Pag. 144. Il lavoro è funzione della vita che ne è soggetto, il suo fare è un mettere in essere prodotti per un consumo, suo scopo il ricostituirsi mediante la sua stessa funzione produttiva; è un’attività immanente che non esce da sè nel prodotto in quanto questo rientra a rigenerare ed a sostenere il processo lavora- tivo; è sprovvista di intenzionalità costitutiva di un « mondo », essendo gli oggetti di consumo sprovvisti di oggettualità per la loro immanenza al processo; anzi è disgregatore del mondo, che consuma sottoponendolo al ciclo del metabolismo dell’uomo che lo lavora. Come valore, questa sfera dell’agire ammette la soddisfazione, sia quella del lavoratore, come esplicazione di energia, sia quella del consumatore; interamente legato al corpo, è situato nella sfera del privato e privo della mondanità dell’oggetto d’uso, così come dalla soggettività dell’agente politico nel senso che l’A. dà a questi termini. Proprio questa natura vitale del lavoro che è priva della dignità per « apparire » fa pensare all’A. che la presa crescente del lavoro sulla società, la sua «socializzazione», non abbia operato una rivalutazione del lavoro, ma un depotenziamento a livello vitale del « pubblico » che da politico si è fatto sociale. E sociale non è che la somma del privato organico individuale in unità collettiva, da tenersi distinta dalla sfera politica, luogo dell’azione nel mondo dei rapporti umani. Sovraordinato all’animal laborans, l’A. pone l'homo jaber, il costruttore di oggetti d’uso dotati di finalità, per attingere la quale è loro richiesta una stabilità, che il costruttore conferisce loro in un processo di reificazione che è l’opposto di quel lavoro-consumo: mentre in questo caso il dato naturale è sottratto alla sua immediatezza naturale solo per essere inserito in un processo naturale moltiplicato, quasi che il lavoro non fosse che un’accelerazione del movimento naturale, il costruire è un fissare il dato, estratto dalla sua ciclità naturale, in oggetti d’uso inseriti in un mondo di regole e riferimenti di utilità. Gli oggetti costruiti che compongono il mondo degli utensili, hanno un valore d’uso che si fa valore di scambio quando tra i costruttori si instaura una reciprocità, che non è ancora, come relazione tra produttori, relazione politica ma che è il momento di ac- 110