renzo margonari il ricupero del fantastico Quando, alla fine della seconda guerra mondiale, gli artisti italiani poterono guardarsi attorno e tentare un ricongiungimento con le idee che nel frattempo si erano affermate in Europa mentre da noi l’arte gratulatoria (che non fu certo il lato più edificante della pittura e della scultura del ventennio) aveva in pratica monopolizzato il lavoro artistico incoraggiata dal regime, la situazione dialettica, che avrebbe retto per altri quindici anni circa gli interessi della cultura nazionale, si era già determinata. I gruppi che si rifacevano all’esperienza di « Corrente » si erano in qualche modo ricostituiti ed avevano già verificato le rispettive posizioni : chi per un’arte astratta o astratto-concreta, chi per il ricupero dell’espressionismo picassiano per pervenire in seguito a quella pittura neo-realista che se non raggiunse i vertici dell’insulso « realismo socialista » poco mancò, in virtù di teorizzazioni nelle quali gli interessi politici giocavano un ruolo determinante, che ripetesse l’errore fondamentale del Novecentismo : vale a dire l’asservimenlo formale e ideologico ad un disegno sociopolitico nel quale non poteva che esaurirsi, come è avvenuto infatti abbastanza presto. La suddivisione in « astrattisti » e « realisti » vide le due fazioni condurre il dibattito con fasi e fortuna alterne e, occorre riconoscerlo, ebbe un ruolo evidentemente importante nel rinfrescare l’aria stantia che ancora si respirava. In ogni caso la dicotomia tra le due tendenze,