nel suo quadro « Au rendez-vous des amis » (1922) lo raffigurava tra i più affezionati frequentatori di Breton, il quale possedeva diverse opere di De Chirico che è ritenuto unanimemente caposcuola del Surrealismo. Non mancano, tra l’altro, testimonianze dirette. Gli stessi Dalì e Magritte soprattutto, e Max Ernst, hanno più volte dichiarato apertamente che ispirarono le loro prime tele alle silenti « piazze d’Italia » ; a loro s’aggiunse più tardi anche Tanguy. Per quanto l’opera di De Chirico è simile (e viceversa), a quella del fratello Savinio — uomo singolare, di plurimi interessi e di grande valore, letterato e critico musicale provvedutissimo — nel momento dei « bagni misteriosi » e dei « mobili nella valle », bisogna che l’attuale critica consideri — è tempo di farlo — l’incontrovertibile evidenza dell’appartenenza surrealista di questi due grandi nostri pittori. Per quanto riguarda Alberto Martini, del quale solo ora — è da rilevare con rammarico — si tenta una rivalutazione, la storia è più complessa essendo l’arte di questo « caso unico » riconducibile a certe istanze preraffaellite, ma poi più marcatamente simboliste e non estranee al Liberty trionfante. E’ in ogni modo innegabile la notevole anticipazione di Alberto Martini sui casi — assai rari, in verità — dell’arte fantastica italiana. Questi rimarchevoli personaggi e la loro opera erano completamente al di fuori delle dispute e degli interessi della critica del dopoguerra sia per la distrazione — alle cui cause ho accennato — sia per altre cause cui è utile accennare. Questo, non vuol essere, sia ben chiaro, un saggio sull’arte fantastica in Italia (servirebbe ben altro spazio e una indagine più approfondita e particolareggiata) ma semplicemente una indicazione per un problema che, nel momento in cui molti giovani pittori si rivolgono aU’ipotesi fantastica come àncora di salvezza per la loro sopravvivenza alla ventata informale (che ha fatto tabula rasa dei valori ideologici restaurando l’ideale eroico dell'artista per dannazione), merita finalmente di essere affrontato con responsabilità e alla luce del sole. E’ un argomento scottante, e che del resto è già stato affrontato, quello della difficoltà di tutta una classe critica ad ammettere la costante attualità del Surrealismo in questi trent’anni ed è già stato detto come queste difficoltà siano dovute ad una scarsa conoscenza, ad un mancato studio, alla prevenzione o alla presunzione originata da importanti ragioni soggettive riguardanti i vari critici implicati nell’omertà sull’argomento. Il Fascismo aveva impedito, come abbiamo visto, lo sviluppo del Surrealismo dopo le evidenti dimostrazioni di simpatia dei seguaci di Breton per il ComuniSmo. Alla fine del venten-