e della Op oggi, siano riconducibili ai postulati automatisti e, in certo senso, romantici del Surrealismo storico. Credo che bisogna ricondursi alla tradizione e che vadano riconquistate certe libertà espressive che l’artista ha perduto nell’inseguire le varie ideologie del nostro secolo. Infatti, al contrario di quanto si ritiene generalmente, sono convinto che l’artista stia subendo da almeno cinquant’anni, un processo di integrazione col « sistema » in atto. Il ritrovamento del mito della sua personalità, il feticcio della firma, la struttura piramidale sulla quale si regge la nostra società e nella quale l’artista è considerato al vertice, (valori ai quali si contrappongono quelli di un tempo quando egli, iscritto alla categoria degli speziali, non ricopriva che un semplice incarico sociale come artigiano : il senso della collaborazione di bottega, l’opera anonima) non sono che sottili panie per la sua libertà ideologica e creativa. Siamo giunti oggi ad una condizione di esasperato individualismo, che peraltro è difficilmente sostenibile a contatto con la quotidiana realtà che tende alla codificazione delle nostre azioni più semplici, alla standardizzazione delle nostre abitudini. L’unica possibilità di reazione a tale drammatica dicotomia tra artista e pubblico, tra arte e funzionalità dell’opera d’arte può essere ricercata in una pittura che offra i metodi e per salvare i concetti tradizionali della pittura (se dobbiamo continuare, come io credo, a distinguere le categorie operative) e nello stesso tempo permetta all’artista di porsi in dialettica con la situazione del livellamento culturale in atto, poiché non ritengo — come da alcune parti si auspica — che qualche utilità si abbia dalla collaborazione dell’artista con una struttura sociale con la quale egli non può non essere in disaccordo per lo stesso suo particolaristico operare. Ma questo è 1111 discorso che meriterebbe uno studio approfondito e, del resto, sui testi di Marcuse è possibile formare una ideologia contestativa capace di soddisfare, per ora, le esigenze di un’artista che non intenda soggiacere al « sistema » e divenirne l’ossequiente giullare. L’accusa più consueta mossa agli artisti fantastici — ai surrealisti in particolare — è quella di fare una pittura « letteraria ». Si tratta di una presa di posizione assurda : almeno quanto quella di invalidare l’opera di uno scrittore accusandolo di scrivere dei libri « pittorici ». Apparentemente il capovolgimento della situazione corre alla banalità. In effetti è questa una dimostrazione, semplicistica se si vuole, di come l’opposizione della critica « ufficiale » sino ad oggi non sia stata che pretestuosa e come abbia ben poco a che vedere con un obbiettivo esame storico del contributo dell’arte fantastica alle avan-