bracciare la causa della produzione industriale, della tecnologia, non saranno essi a fornirci questa immagine perchè vi si identificano; non la contestano e sono quindi i meno adatti a darci un test attendibile della società contemporanea. La critica non è nei loro programmi, comunque, e lo dichiarano apertamente. In essi non si manifesta la nevrosi o la protesta o l’ironia con cui gli artisti che operano nella « tradizionale » categoria del fantastico manifestano il loro dissenso. Infatti questi operatori vedono un solo aspetto del problema e non ammettono l’esistenza di una diversa interpretazione dichiarando « fuori della realtà » coloro che non accettano gli strumenti offerti dal progresso tecnologico. La posizione degli artisti fantastici è stata sempre, comunque, ambigua. Molti di essi mancavano di convinzione. Lo dimostra il fatto che non hanno resistito, la maggior parte, alla lunga attesa del successo che — al fondo — è nei voti di ogni pittore. A Milano, ad esempio c’è stato un momento (tra il ’48 e il ’52) nel quale il gruppo dei fantastici era piuttosto nutrito. Oltre a Crippa e Dova, che si erano anche incontrati con Ernst, vi esponevano Assetto e Musso, Bona e Lanfranco. Lo stesso Baj coi suoi « ultracorpi » esplorava gli aspetti dell’oni-rismo e incideva profondamente sulla situazione napoletana in modo che anche Del Pezzo, oltre a Biasi, dimostra nei bellissimi disegni e nei suoi primi accrochages componenti di chiara ispirazione irrazionalistica. Il primo Scanavino non era da meno ; le sembianze chitino-se e ossee vaganti in uno spazio indefinito, che ora ha esteriorizzato in graffio nervoso ed essenziale, avevano una complessione più consistente ed erano ben configurabili nell’infinita improbabile zoologia della pittura onirica. La situazione, comunque, non si protrasse a lungo. La mancanza di adesione dei critici ebbe la meglio sulle evidenti inclinazioni di certi artisti che si evolsero attraverso la fase « nuclearista » alcuni, altri in diverse direzioni. Pure, anche adesso, a chi voglia esaminare profondamente gli aspetti meno appariscenti e studiati dell’opera di un Crippa, di uno Scanavino, di un Assetto e di un Baj non mancherà di rinvenire, stratificata, la matrice libertaria del fantastico. A Milano ci sono ancora dei casi isolati, ormai canonici ma ancora lontani da una valutazione equa, come quello di Gianfilippo Usellini dalla inesauribile favolistica e dall’ingenua patina romantica. La situazione ideale per la pittura fantastica contemporanea esiste oggi a Torino, dove vi è talmente radicata che buona parte della presente rassegna ospita artisti torinesi o piemontesi. Evidentemente la presenza di un critico aperto e simpatizzante per il Surrealismo co-