Quando Daniel Bec, giovanissimo pittore francese, allestì la sua prima mostra in Italia con una lucidissima autopresentazione, molti furono coloro che individuarono nella sua pittura una marca assolutamente individuale, un’autonomia cui non siamo abituati; si inseriva nella vita artistica italiana in un momento di apertura nei confronti dell’arte fantastica mai verificatosi sino ad oggi egli, formatosi in Francia, non aveva incontrato ostacoli nella scelta del filone poetico che gli era più congeniale, non era stato indotto — come da noi era accaduto ai più deboli, quelli che vogliono essere costantemente in prima linea — ad abbracciare poetiche comode al momento ma estranee alla sua sensibilità, non aveva perso tempo, insomma, e s’era formato un linguaggio rigorosamente tratto dai maestri del vecchio Surrealismo. Ma non si può dire, oggi, quando si vuol essere obbiettivi, che Bec è semplicemente un pittore surrealista (nel qual caso sarebbe uno dei tanti epigoni). In «Alternative Attuali 2 » Enrico Crispolti lo aveva inserito tra i pittori di « prospettiva visionaria ». Si tratta appunto di un visionario che non inventa mostri, che non dipinge sogni, che non oggettiva assurde situazioni, che infine nulla lega ai surrealisti o ai fantastici in generale anche se è loro cugino di sangue, Una ricognizione sulle opere di Bec è più che sufficiente a stabilire che egli si limita ad operare delle deformazioni del vero e non a reiventarlo, o annullarlo nel delirio o nel sogno. Bec è quindi un pittore di estrazione verista. Tutti gli elementi che compongono i suoi dipinti sono precisamente riferiti al dato naturale. E’ dunque un pittore reazionario? Si direbbe, tenendo presenti le idee di certe ultime avanguardie che estremizzano alcuni dei concetti basilari della pop-art. Mi sento molto vicino a Bec, in questo: la nostra è una avanguardia alla rovescia, non un’avanguardia. Anche noi siamo contro il sistema, contro la moda, contro tutti « neo », ma siamo contrari in posizione diametralmente opposta agli altri contrari. Non direi quindi che Bec è un reazionario, ma un revolté (anche se il termine trascina con sè immagini di decadentismo intellettuale che oggi, certo, non fanno al caso nostro). Ecco dunque, i riferimenti alla storia più divulgata, ai personaggi screditati sul piano della curiosità dell'uomo medio che sa tutto (su Napoleone, ad esempio) attraverso le enciclopedie a dispense. Ecco, ancora, i riferimenti al manierismo sei-settecentesco: le fredde emblematiche citazioni di Michelangelo, il più mitizzato dei grandi del passato, che a volte è direttamente investito col ricupero di un elemento preciso, tra i più conosciuti come la mano di Dio della Sistina, o il braccio contorto di una delle sue figure titaniche. Questo lavoro viene eseguito con la pazienza di un analista, con un rigore assoluto che si traduce in un segno scarno e drammatico,