tagliente, senza un tremore, una sbavatura nei disegni. Nei dipinti il prevalere di colori freddi, lancinanti, contrappuntati da toni cupi, lo scomporre le figure come stessero sfacendosi per un’interna cancrena col segnalare drammaticamente i più piccoli volumi, pieghe e rughe, in drammatiche contorsioni che nelle parti poste emblematicamente in primo piano (quasi sempre piedi e mani) hanno accenti espressionistici (penso a Dix e Siqueiros anche se il riferimento può sembrare più strano di quanto non sia). E dappertutto il vetro, oggetti di vetro, mani e piedi di vetro, uomini di vetro, lampadine spezzale, frammenti di vetro. E’ una iconologia anche troppo leggibile per doverne parlare oltre. Tutto questo fa di Bec un personaggio non solo singolare, ma assolutamente degno di essere considerato tra le poche sicure presenze nella giovane pittura dalle quali ci si debba aspettare qualcosa di inadeguato, fuori-tempo, antimoderno, antiquato, nuovo, diverso, colto, anarchico, sprezzante, silenzioso, violento, contrario, libero: qualcosa, insomma, di duraturo. RENZO MARGONARI. 1967