presentabili. Non nascondo che a quello prevalentemente lirico e a quello di estrazione troppo scopertamente derivata dal surrealismo storico io preferisco questo tipo di recupero del fantastico che acquista forza ed esuberanza di valori e significati storici proprio in virtù della sua contaminazione con la realtà, della quale riesce a significare momenti razionali ed irrazionali in modo dialettico, senza far prevalere nè gli uni nè gli altri. In questi tempi di impatti percettivi che fanno dell’occhio il deus ex machina delle concezioni estetiche, questi tipo di rappresentazione è una significativa risposta alla passiva ed insignificante ottica della rètina imperante in certi settori dell’arte contemporanea. Questa di Bertuccioli, e di tanti altri, è ottica della mente, che, invece di subire le ambiguità percettive, denuncia quelle storiche; che, invece di integrarsi soddisfatta alla società del consumo minandone lo splendore tutto esteriore, ne indica i lati oscuri che l'occhio, attratto dallo scintillìo programmato da chi ha tutto l’interesse a far credere che questo è il migliore dei mondi possibili, non sa vedere. E’ da un atteggiamento del genere che possono nascere opere come il quadro con le pillole di Bertuccioli, che mi sembra abbastanza esemplificativo del discorso sin qui fatto e che esercita un richiamo della nostra intelligenza, al di là delle smaglianti apparenze, sull'essenza della realtà proprio infastidendo la percezione con l’ineleganza delle stesure cromatiche e col fare corsivo e non privo di dissonanze del suo figurare. GIORGIO DI GENOVA, 1967