richiamavano panneggi inamidati del Tura e che nei toni e nell’impianto formale facevano pensare ai personaggi campiti sui muri di Schifanoia sono documento non prescindibile per una giusta prospettiva critica del lavoro e della formazione di Emilio Contini. In seguito, durante la revisione alquanto affrettata e pressante di cui fu oggetto il Neorealismo, l’artista subì una lunga crisi che ebbe culmine durante un viaggio a Cuba. La natura caraibica, ricca di spunti e violenta di colori (quel verde acido che è il tono preferito da Contini), natura nella quale il regno vegetale pare confondersi nelle sue forme antropomorfiche con quello animale, e dove le immagini sembrano intagliate nella roccia, la pianta della gomma avere la stessa forma di un fascio muscolare, convinse Emilio Contini a ricuperare la sua prima stagione surrealista alla luce della quale egli operò, dopo una breve parentesi descrittiva, una conversione al fantastico che per la sua sottigliezza e raffinatezza corre ancora il rischio di passare inosservata. Benché i maestri ideali di Contini siano Dall, De Chirico e Del-vaux, la sua visione poetica ha rari punti di raccordo con le opere di questi grandi maestri del Surrealismo. Contini anziché proporre onirismi sfrenati o sospensioni romantiche o silenzi metafisici compie una infinitesimale precisazione delle forme ove la loro identità sembra confondersi. Gli basta ritoccare leggermente il profilo di una roccia per ricavarne un profilo umano, comporre in un determinato modo il panneggio di un abito perchè esso acquisti vita indipendente da) corpo che lo indossa. In definitiva, secondo Contini, la realtà è divisa dalla fantasia da una minima variazione prospettica, un infinitesimale scatto ottico. Del resto, con queste opere, egli non fa che ribadire e realizzare le teorie che, con notevole anticipo sulle correnti, egli presentò in un quaderno, che resta uno dei documenti più singolari e validi degli ultimi dieci anni, in occasione di una sua personale alla Galleria « Dè Foscherari » di Bologna. Non bisogna dimenticare che Contini è di origine spagnola e non già per sfruttare la bella occasione di riparlare di certi valori di quella pittura che dal Goya allo Zurbaran, ai films di Bunuel, dai surrealisti a Picasso ha sempre confermato un contenuto visionario di sostanza tragica che in talune opere di Contini è molto evidente. L’ultima sua ricerca è imperniata sulla volontà di legarsi con maggior precisione ai surrealisti storici (Delvaux in particolare) raccontando di una Bologna, nella quale si svolge una misteriosa vita erotica e dove la presenza dell’automobile, del telefono, del bucra-nio e di altri elementi ricorrenti fa pensare agli strumenti di una liturgia misteriosa e pagana consumata in un limbo tra civiltà meccanizzata e animale-barbarica, dove la città incombe come santua-