Gli interni decisamente tracciati nella loro aridità geometrica, dove il panneggio di un velluto sembra addirittura contaminare l’incidenza delle precise strutture architettoniche, contrastano drammaticamente col contorcersi di figure che hanno ormai solo lontana parentela con quella umana. Sono fasci di muscoli doloranti, ulcerati. La ricerca di una fisionomia è vana. I tratti somatici ridotti a protuberanze, gli arti a moncherini crudelmente esibiti nella loro debole nudità. Figure che mutano ad ogni contorcimento, mentre l’ambiente che le circonda mantiene la sua monotona precisione, il suo ordine insulso. La stessa scena per una varietà infinita di sofferenze. I più violenti contrasti della società, le più intime contraddizioni, la volontà di claustrazione, l’anelito alla libertà, le dicotomie della natura umana, i simboli manichei, l’individuo e la massa, i contrasti delle generazioni: tante ipotesi di lettura per i quadri di Di Bernardo. Il pittore sfrutta tutte le sue non consuete doti nell’elaborazione strumentale dell’opera. Una tecnica estremamente raffinata, alle volte persino accattivante di per sè, gli permette di oggettivare con sicurezza i simboli della sua negazione. Inoltre Di Bernardo ha dimostrato di poter evolvere la sua ricerca mantenendo una costante, un filo conduttore che collega ogni suo quadro al precedente: dote rara in un giovane artista, che a ciò unisce piena coscienza del suo ruolo testimoniale. « Arbait macht frei diceva una scritta : da qualche parte una nuvola nera con un bagliore accecante si era sollevata a fungo. Adesso il sangue colava e si rapprendeva ai piedi rimbalzando sulle piastrelle vetrificate. Non aveva pugni da stringere e l'ululato sommesso che usciva dal buco nero, slabbrato era quello di un cane morente. Aveva tentato di macchiare i muri sputando il muco verde che si era sfilacciato nell'aria ricadendogli sul petto e formava ora una ignobile decorazione... il pulsare del sangue gli rimbombava dentro i timpani facendolo impazzire. Lo avevano sigillato, qui, isolandolo per sentire le sue urla. Il « Senza Connotati » gridava la sua bestemmia in una camera stagna ». RENZO MARGONARI, 1966