anello, per certo pavimento in Mantova di Giulio Romano, meglio e più che in capricci ed onirismi. Ma, anche assecondando con compiacente buona voglia un’accezione « onirica » di ciò che si vorrebbe stabilire come « fantastico » in arte, non pare che la pittura di Fieschi vi appartenga, poiché, sebbene il suo sia forse lo stimolo oggi più acuto in tal senso, sta soggiacente alle sue rappresentazioni il principio neologico di azione formale intima. Sarà, e per anni, lo prevedo, detto al deserto : come potrà la critica confarsi ad uno stile tanto esigente ? La compartecipazione nelle più rare e difficili penetrazioni della passione, la creazione di nuovi segni significanti, e, anche, prontamente mutevoli ancora... alla critica sarà preferibile qualche sito di villeggiatura familiare, un « alibi ». Sta soggiacente alle sue rappresentazioni il principio neologico di azione formale intima. Questa progredisce, nelFordine, da empa-tica a magica a ghestaltica a neologica, e tale azione investe la forma sia nel suo morfologico costituirsi che nel suo fisiologico situarsi dentro il carneo lambente spazio e tra le « funzioni » con essa commosse. L’intuizione elabora l’oggetto, ne spreme il recondito segno, lo manifesta nel ritmo della forma. Che l’intuito magico si porti, come suole e deve, a rarefatta razionalità e a lucido segno risulta ineccepibile, come se vi fosse la scommessa di una dimostrazione, dalla sua stessa natura : dal reale elaborato per opera delle forze intuitive, le potenze segrete si sbrigliano, la valenza magica si libera e cerca appigli e trova congiungimenti : il potere magico sta inerente nella forma, è anzi la sostanza unica che costituisce la forma, la forma che è somma di lucidi segni significanti. La forma di Fieschi è dunque tanto autonoma ed esoterica quanto è impegnata con il reale circostante alla pittura. E in questo secondo àmbito risiede il suo « fantastico », cioè nella rappresentazione del reale stesso, in quanto è foggiato da quella esoterica estraneità con cui lo ricostituisce l’azione neologica. Essa forma è in tanto autonoma ed esoterica in quanto è impegnata con il reale. Il reale appare estraniato a sè medesimo proprio intensificandosi la sua essenza per opera della forma. Non un contemperamento reciproco delle energie proprie dei due termini, il reale e la forma, ma questa loro spinta simultanea e concorde verso il « fantastico ». Nel paese d’abbaglio che è quello del « fantastico » convenzionale pare fantastico lo strano, e quel che variando dalla convenzionalità sociale non dà sicurezza è strano, desiderabile o sinistro, fantastico. La convenzione sociale inibisce la conoscenza dell’individuale, favorisce in generico. Estraneità sociale e stranezza sono il medesimo, jinche oltre l’etimologia : vedi coloro, « originali » per la discesa nel proprio genuino, esser irrisi per « strani » : l’intimità individuale cor-