Le ricerche di Mosconi ci appaiono ampiamente autonome e, in particolare, libere da ogni suggestione del gusto e da facili accettazioni di presenze oggi dominanti nella pittura. Un mondo, o forse una piccola, intangibile cellula, scoperta al di dentro di sè quindi, esploso dalla sua più profonda matrice creativa e arricchito di apporti culturali sempre accuratamente elaborati. In ciò sta parte dell’urto violento che danno le sue opere, dello sconcerto che a volte ci procurano. Si è parlato di pittura della memoria, e questo suo incontro con Proust sembra confermarlo ; sono state indicate alcune istanze fantastiche, ed esse non mancano. Ma in tutto ciò non è ancora identificabile il suo nucleo più profondo la ragione primaria della sua « ossessione » creativa. C’è alla radice un conflitto più puro ed essenziale, una dimensione più implacabile. Quell’ombra che sale inarrestabile a coprire la luce della vita, lo spazio del tempo sempre più eroso, sempre più breve malgrado il nostro affannoso appello. Una ragione esistenziale, già volta all’ultima tragedia che ci attende, decisa senza pietà. Ecco il senso delle pennellate scarne, dei toni appiattiti, della volontà ostinata di congelare il gesto per renderlo il più possibilmente spoglio, disadorno, e il senso anche — la vita non si spegne facilmente — del delirio delle immagini e dei segni, delle traslazioni simboliche, di tanta ironia autolesiva, dei ricuperi del passato e di certe estenuazioni letterarie. La serie dei quadri dal titolo « Il gioco dell’imperatore » è assai indicativa in questo senso : un personaggio colto all’apice di una gloria grottesca, a cui nessuno può credere, disfatto subito, nel confronto con l’assoluto, in un inutile fragile giocattolo. Un istante vitale già pieno di presentimento che la forza del nulla rapidamente cancella. La problematica riappare, tramite più complesse mediazioni, nelle opere che egli ora presenta. Disegni costruiti, scalfiti, composti in lunghi anni di lavoro sui logli di un catalogo di incisioni litografiche reperito dal naufragio di una tipografia ottocentesca. Proust è casuale. Protagonista è ancora Mosconi, i fantasmi del suo e del nostro tempo perduto, un mondo intimo forse appena segnato, frenesia e paura espresse con segni simili a ideogrammi ; il ricupero, oltre la decodificazione, ostinato e già vinto, dei brani della sua vita più segreta, il grido ultimo prima che l’onda giunga alla gola. Grumi oscuri, spazi di luce violenta, un concatenarsi infinito di segni, di immagini, di simboli, mai condizionati da suggestioni estetiche, si stende tumultuoso e solo apparentemente inorganico sul foglio di carta a formare una sorta di magica, affascinante « topografia dell’anima ». AURELIO NATALI