Naldi, come altri della sua età, sta seguendo un percorso che dall'informale, con cui ebbe inizio il suo lavoro consapevole, lo porta a inoltrarsi sempre più in una situazione diversa, la situazione attualmente dominante che vede il trionfo di un nuovo spirito oggettivo. E come anche nel caso di molti altri, lo strumento stilistico che permette a Naldi di seguire questo percorso senza brusche impennate è of ferto dal surrealismo. Il surrealismo infatti si è manifestato storicamente con due volti : il volto Mirò, Masson, Gorky, e il volto De Chirico, Magritte, Tanguy. Il primo di questi punta tutto sul profilo mobile e sinuoso che è proprio dei fenomeni vitali ; può dunque stare molto vicino ai segni, ai coaguli dell’informale, non negarli, ma intanto arricchirli di una significazione ambigua, di un riferimento non troppo precisato a corpi viventi. E’ stato questo il primo modo di trac ciar qualche limite alla libertà estrema dell’informale. E si può notare infatti che Naldi è passato per questa fase. Ma poi egli non si è accontentato di questo minimo di definizione, la logica stessa del processo in atto lo ha portato a cercar di definire ulteriormente l’immagine. Ecco allora il suo accostarsi all’altro volto del surrealismo : una ripresa della lucidità visiva di un Tanguy, di un Magritte, magari con qualche incursione più in là, fino a un Alberto Martini. Dopo tanto « non finito », ecco insomma riaffacciarsi il gusto per un « finito » meticoloso, per una esecuzione che non lascia posto a incertezze. Non si può nascondere che in questa ripresa del surrealismo degli anni ’20 e '30 ci possono essere gravi pericoli : si tratta di una strada che può portare alla costituzione di un mondo gratuito, di pura fantasia, chiuso e irraggiungibile nel cerchio della sua perfezione. E anche Naldi deve guardarsi a volte da questo possibile limite. D’altra parte, in tutto ciò sta anche un lato positivo : il proprio della situazione attuale, si è detto, è la fame di oggettività, il bisogno di tornare a raccontare le cose. Ma non si può tornare ad esse nei modi della vecchia tradizione figurativa, perchè quei modi ormai consueti tendono a nasconderle, piuttosto che a riscoprirle. La lente aberrante, maniaca, a volte periino diabolica fornita dal surrealismo risponde bene invece a questo compito di sbalzar gli oggetti fuori della capsula abitudinaria che suole rivestirli, li reintegra in tutta la loro durezza, li rende nuovamente taglienti e aggressivi. RENATO BARILLI, 1964