Io ascolto i moti della coscienza degli uomini, i loro sforzi, le sue meraviglie e ne ritraggo non il missile che lo ha reso grande, ma il messaggio che lo rese felice, l’impulso che lo ha trasformato nei suoi processi di conquista. Credo nella bellezza del nostro e degli altri mondi: c’è la luce, la speranza, la verginità che ci danno piena fiducia per una nuova pittura di visione. ROMANO NOTARI, 1907 Tanti soli allineati alle pareti ci fanno socchiudere gli occhi, e allora cominciamo a distinguere una vita di esseri, incompleti e dall’anatomia sommaria, che assomigliano in modo inquietante all’uomo, muoversi in essi. Questa precisa scelta di un colore senza dubbio vangoghiano non ha per Notari alcuna implicanza con una scelta conseguente in direzione espressionistica. Anzi, le forme ectoplasmiche, allucinate che si avanzano dalle sue tele dipendono da questo giallo solo nel rafforzamento della suggestione diretta al fruitore. Esse sono lo specchio di una umanità che si autodistrugge e raggiunge, a ritroso, le ere della sua primordialità. Romano Notari si inserisce autorevolmente nella schiera dei pittori operanti nell'ambito neofigurativo, che non ha ancora trovato una sua precisa definizione, e del quale Notari potrebbe essere la personalità più indicativa, interessante e compromessa in un discorso dai contorni ben marcati e definiti. La sua stessa scorsa disponibilità per uno sperimentalismo materico (poiché si attiene alle regole più elementari e risapute dell’operazione artigianale nella realizzazione tecnica delle opere), induce a dare gran credito alle possibilità di sviluppo di questa tesi e la serietà dell’individuo Notari, la sua indipendenza da qualunque epigonato ne favoriscono l'ipotesi. La sua è una pittura che, sin dagli inizi, cresce su se stessa quasi che l’operazione di aggiungere quadro a quadro nasca dall’atto immediatamente precedente. In ciò concordiamo pienamente con Giancarlo Politi che ha scritto di «processo caro anche a Giacomo Leopardi che dopo aver scritto un verso lo rileggeva ad alta voce, sino a che una parola, una inflessione, una pausa non lo sollecitavano per il verso successivo e così via ». RENZO MARGONARI, 1965