possati marco rossati è nato a reggio emilia nel 1943. - vive e lavora a roma. Penso si dovrà attendere ancora perchè la pittura di Marco Rossati giunga, al di là di incertezze e timidezze (del resto logiche in un giovane di appena ventitré anni), ad esprimere pienamente la dimensione del mondo da cui scaturisce. Senza dubbio Rossati è dotato d’un temperamento lirico-fantastico che tende ad una trasfigurazione delle immagini reali per coglierne il nucleo, l’essenza, in altri termini quello che potrebbe definirsi il nocciolo della loro presenza oggettiva e della loro esistenza nel mondo. Una prima configurazione di tale temperamento era già nelle sue accese opere precedenti in cui prevaleva la deformazione grottesca : un tentativo di rottura che, pur essendo stato senza dubbio utile ad un giovane pittore come lui, formatosi sulla pittura del ’600 e del ’700 e forse troppo preparato tecnicamente, tuttavia è stato determinato da un equivoco sulla propria natura. Infatti Rossati ha, certo, il senso fantastico ma non quello tragico che è proprio del grottesco. Ecco perché nel momento in cui egli guarda ad Ensor, inconsapevolmente lo tradisce, non condividendo il senso amaro e tragico della vita, né l’aspetto medievale della visione del maestro belga. Tra l’altro l’esuberanza cromatica delle opere grottesche di Rossati è fondamentalmente gioiosa, quando non è sensuale, e, se un richiamo va fatto, essa sembra rimandare alla pittura rococò, tanto che, se non fosse per gli accenti fauves che complicano la pittura di Rossati, si potrebbe addirittura per certi versi azzardare il nome di Giandomenico Tiepolo, quello naturalmente dei capricci. Che alla base d’un tale discorso pittorico ci fosse un equivoco lo stesso Rossati sembra aver preso consapevolezza nelle ultime opere, quelle che egli chiama « analisi », nelle quali s’è maggiormente abbandonato alla sua natura lirica, cominciando ad imbastire un discorso più liberamente fantastico, fortemente venato di aspetti surreali, quasi volanti, che farebbero pensare ad un Licini degli anni ’60. In esse, senza dubbio, anche la carica favolosa che pervadeva le opere precedenti si puntualizza ed il pittore si avvia con maggior sicurezza a definire il sostrato della sua visione in cui lirismo e mito, realtà e fantasia, oggeiti e sentimento di essi entrano in un rapporto dialettico per ora appena impostato. I colori anche risentono del mutamento e l’esuberanza s’è placata nella tenerezza dei rosa e dei celesti, veri e propri colori della coscienza più che dell’ottica.