saffaro lucio saffaro è nato a trieste nel 1929. - vive e lavora a bologna. Il Saffaro, in quanto pittore, bisogna convenire che, stando alla prova dei fatti, cammina su di una strada, su di una sorta di ideale pista da aeroporto, che lo allontana, veramente, dai luoghi, anche i più impervi, dove convengono i suoi colleghi, di qualunque tendenza o scuola essi siano. Le sue esperienze, i suoi voli metaforicamente « stratosferici » sembrerebbero indicare una meta, per ogni altro, fuori del terreno, del terrestre della pittura. Verso un emisfero tutto dominato dalle regole di una particolare, privata matematica (o geometria) dell'occhio e della visione, per intendere le quali occorrono quelle conoscenze, e l’impiego di termini approssimativi, che sono quelli accennati in principio. Si conosceva il lavoro di pittura di Saffaro, quello apparso fino a pochi anni fa. I quadri, in cui il giovane pittore triestino giuocava, impavido, a pari e dispari, il destino della insepolta metafisica dechi-richiana. Dalle sue carte venivano fuori, disposte sul tavolo, combinazioni, per così dire, di una « metafisica della metafisica » affermata dai maestri suoi predecessori. Le sue trovate « di mano » scombinavano il giuoco di costoro, con mosse e invenzioni già disorientanti. Quasi che egli ricorresse a stratagemmi sottilmente, genialmente istrionici. Dove tutto si confondeva: il funambolismo patetico di Paul Klee, tenuto sospeso al filo di seta, anzi agli illusori fili di una tela di ragno; l’emblematismo araldico, carico di selvaggia offesa alla realtà delle cose, del carpatico Victor Brauner ; l’enigmatica sogneria di estremo romanticismo germanico di Max Ernst. E il repertorio di melodramma estense, ma in chiave offembachiana, del nominato « Pictor Optimus », greco-siculo-monachese. (Anche in Saffaro la componente del sangue greco) E Bosch a braccetto in una iperbolica Festa dell'Illusionismo quattrocentesco, con Piero