cìella Francesca. Ma sempre meno, si direbbe, Saffaro entra, per riti di cultura, nei Templi del passato. E’ la terza Musa, l’architettura, che sembra appassionare la sua mente portata, sempre di più, alla religione del « prospettico ». Perfino nella nostra vecchia città, barocca e settecentesca, potrà scoprire motivi, in un « vero » costruito dagli uomini, per lo adempimento della sua spiritualità architettonica: dentro una natura fatta di archi, di colonne, di cupole, di prospettive, scenicamente atteggiati secondo un calcolo dell'intelletto geometrico. Proprio per questo trasferimento della meditazione figurativa dal tavolo e dalla lavagna delle amate geometrie, ai luoghi, ai cantieri delle fabbriche costruite, è come se la sensibilità del pittore cerchi un respiro di più ampia e umana realtà: una realtà, alla quale hanno messo mano gli uomini, in un’opera di edificazione materiale, concepita secondo misure e spazi, dentro lo spazio di natura, e secondo un pensiero della mente e un ordine della fantasia. GIUSEPPE RAIMONDI, 1967