sarri Sergio sarri è nato a torino nel 1938. - vive e lavora a torino. Di una logica tanto lucida da sfiorare l’allucinazione, di una violenza tanto calcolata da penetrare nell’osservatore come una lama di coltello, il messaggio di Sergio Sarri è fra quelli che non ammettono repliche. L’istanza sociologica nell’opera di Sarri è così perentoria, così obbligante il suo esercizio della critica — in pari tempo ironico e crudele, grottesco e drammatico — da porre in gioco ogni mitologia edificata dalla ideologia utilitaria promanante da quella civiltà. Mentre da parte fin troppo interessata ci si balocca in una salottiera discussione sui termini, ormai arcaici, di impegno e di disimpegno, il giovane artista torinese investe il problema alle radici, senza sottintesi, senza riserve intellettuali o moralistiche — e al di là dei presupposti ideologici di fazione, alla fine sempre restrittivi e limitanti. Se mi si consente un paradosso, direi che la pittura di Sarri si dispiega all'insegna di un umanesimo al « negativo » : Sarri, infatti, rivendica all’uomo il diritto a una misura umanistica prospettandone il rovescio, ciò che all'avvento di un nuovo umanesimo si oppone con evidenza estrema : la violenza, la falsità, i tabù ingannatori della presente realtà. Il bisturi del chirurgo può così trasformarsi nel coltellaccio del itaceli;'io e la mite colomba, emblema della pace, potrebbe spiccar^ un volo vano se colui che la propone a messaggio è il compiaciuto prigioniero del calcolo di un losco profitto ; e il giocattolo, che dovrebbe costituire il tratto distintivo di una infanzia felice, è isolato nel rabbrividente lividore di una stanza vuota e muta. La « strage degli innocenti », insomma, non è un remoto episodio biblico, ma inquietante realtà che si consuma giorno dietro giorno ; non soltanto nei campi di battaglia, ma anche aU’interno dei grattacieli tutti vetri e cemento, metalli cromati e neon, nel fulgore dei nostri marciapiedi, nelle cliniche e nei grandi templi merceologici, nelle fabbriche prestigiose degli architetti di moda — dovunque cioè la civiltà dei consumi, che ha disintegrato l’uomo, eriga i monumenti alla propria potenza. Anzi : alla propria efficienza, per usare un termine caro al linguaggio delle public relations.