tutta da scrivere e da denominare. A questo punto, C., l’entomologo, coscienza frantumata dell’io, alle iridescenze spettrali deM’inconscio, alle metafore seleniche e galattiche di quello strano universo che è il corpo umano, portate alla superficie dalla endoscopia che Celli conduce entro l’esofago, il peritoneo, la circolazione sanguigna, i lobi e le circonvoluzioni del cervello. In tale atmosfera livida e atrabiliare si perlustrano le sconcertanti sedimentazioni del profondo in cui spasimano strane vegetazioni. La psicocritica di Ch. Mauron 5 troverebbe certo un fertile terreno di indagine nelle pagine di Celli e, forse, nelle serpeggianti metamrofosi dell'io riconoscerebbe gli archetipi di Jung, a cui l’autore spesso si riferisce, infatti uno dei motivi ricorrenti nel libro è la sete, il bisogno della grande madre. Il viaggio al centro della terra, la ricerca delle sorgenti, condotta entro il pianeta, si presenta come una grande metafora del Mandala, delja circonferenza come motivo mistico, metafisico, in cui riconosce l’unità fisiologica io-mondo, uomo-terra. In tal senso Celli sottolinea che il cordone ombelicale lega ancora il nostro corpo alla grande madre, principio di vita e di morte. Infatti allineata alla ricognizione del corpo c’è la immersione nelle viscere della terra; alla fantastica encefalografia si accompagna la geografia altrettanto surreale della sezione terrestre. Un conferma di ciò si ha in una particolare pagina del romanzo: « Sarò franco, amore, — ripeteva la ragazza del tiro a segno, — quella che implicitamente, perchè malgrado tutto, tu ci sei nella storia, sembri proporre con una tua discesa al biologico, alle sorgenti dell’essere, delle circolazioni freatiche e arteriali, con la tua evasione nell’irrazionale (avrei forse dovuto chiamarlo inconscio?) risulta, alla fine, sarò franca (lo era: baciandomi) una ideologia, come dirtelo, amore, ambigua! » (p. 134) C'è un ansimo, un respiro sintonico che unisce uomo e grande madre in una specie di totale universo in forma magmatica, che si trova in ebollizione, che fluttua, affiora, galleggia, lievita, si gonfia, scoppia, si screpola, si spappola, si calcifica. Sono queste le forme verbali, i segni tematici dell’opaco universo di Celli. Ad ogni forma in movimento corrisponde una faccia dell'io poliedrico. Ci sembra che di Celli sia veramente l'ambizione di fissare il relativismo prospettico, il metaforismo universale attraverso le eredità oniriche, le componenti cabalistiche e magiche registrando le quali l’autore inserisce le vibrazioni « delle giugulari, le vene della gola, dentro, all’arteria centrale del mondo ». (p 99) L’universo antropocentrico è veramente in gioco. Anzi ci stiamo giocando le dimensioni stesse spazio-temporali, in cui amiamo fissare l'universo. La regressione è evidentemente il modo di mettere in crisi la linearità spazio-temporale: e la regressione rappresenta nel romanzo di Celli la dimensione fluida che contesta e annulla le nostre care certezze. A. Porta: l’universo è un tappeto persiano E' ormai acquisito tanto dalla scienza quanto dallarte che la realtà può essere aggredita da una infinità di angolazioni, da innumerevoli punti di vita. Anzi per la narrativa, in particolar modo, è ormai pacifico che siamo dentro le cose, in un tuttoscorre, in una corrente in cui oggetto e sog-