concretamente tutto è centro e tutto è periferia, per avvicinarsi occorre allontanarsi. L'universo è per Porta un tappeto persiano, o, continuando con G. Manganelli « la armoniosa follia del tappeto orientale si accompagna alla geometrica irrequietezza di un parco settecentesco, che mescola architettura e vegetazione » 9. Universo come tappeto persiano dunque, o, se vogliamo insistere, la volontà di Porta è di proporre una nuova tassonomia, cioè una meno autoritaria e più onesta classificazione organica dell’universo. In questa dimensione Villa Barbariga, o più precisamente, il suo labirinto si presenta come correlativo oggettivo 10, metafora e omologo del mondo. Il locus amoenus, nella fattispecie Villa Barbariga, è distrutto. Un tempo questo topos retorico era un’entità posta fuori del tempo e dello spazio, era l’altrove, il paradiso, l’eden, l’eldorado. Dal nostro è inserito nel tempo, nel presente in movimento: diventa polvere, relitto, crepa. La dimensione neoclassica si frantuma il mito di uno stile tranquillante si sfalda. Si può anche ricavare dal romanzo di Porta una metafora del mondo come grande mammella, una specie di banchetto per malsani appetiti pantagruelici. Un banchetto però senza allegria, nefasto, carico di untume, di salame uncinato, di sugo, di sudore. I personaggi succhiano, si spiaccicano sul volto, sul corpo, con le mani unghiate, il grasso della soppressa. La gran-ceola viene mangiata viva: vi sentite il biaschichio, e poi lo stridere delle mascelle che maciullano, masticano, e insieme, vi disturba il piacere sozzo e nauseante con cui i personaggi (gli adynata; per eccellenza, gli impossibili) si ungono dita, mano, faccia, quasi che una lussuria gustativa forsennatamente li invada tutti. Tutto il mondo diventa commestibile: la realtà, « addentata con ingordigia », si trasforma in una abnorme offerta gastronomica che ottunde gusto e palato. Lo stesso io narrante diviene succulento, si metamorfosa in una apparente e malsana leccornia, per farsi, alla fine, liquame. Infatti sì diffonde su ogni cosa un acidore pestilenziale, una specie di bubbone proliferante che determinerà la morìa generale dei personaggi. Un'orgia di umori e di gusti deteriorati, un viscidume che maschera arcimboldescamente ì volti, ingoìeranno infine tutti i personaggi in un immenso universo di sanie e di escrementi. Màstica, la donna-cavallo, che lecca, morde, che scombina tutti i rapporti con feroce maldicenza, è anzitutto l’imprevisto; presenta una comportamentistica insalubre, animalesca: è una parassita viscida. Del resto i personaggi tutti, nel complesso, presentano una gestualità assolutamente maleducata, aggressiva, anticonvenzionale. Perciò il romanzo di Porta sembra presentarsi come una saga di coprofili e coprolali personaggi, ostinati bestemmiatori, protesi con sviscerato amore ad una nuova e pazzesca verità. E. Sanguineti: l’archetipo mitologico L’atto più coraggioso che E. Sanguineti compie, come autore di romanzo, è l’auto-umiliazìone con cui si affligge, la rinunzia alle ascen-