denze critiche che pure s’allargano al terreno europeo nella registrazione di sollecitazioni che gli provengono da La nouvelie critique, dalle ricerche retoriche di stampo tedesco, dalla psicocritica. S., come operatore d'arte, sembra voglia scontare quanto sa e dibatte come filologo e critico, inibire la possibilità di un uso linguistico sollecitante e culto a tutto vantaggio di una narrazione normalizzata, depressa e mortificata. L’operazione è coraggiosa nella misura in cui volendo realizzare la sua idea di stile umile, dimentica le questioni, che tuttavia gli stanno a cuore; da Dante a Gozzano a Montale. Ma meno sa rinunciare al primo. Ha dovuto fare un bilancio per non usufruire di un attivo accumulato da altri e per non dovere poi sentirsi responsabile di un passivo della cui esistenza non intende rispondere. Perchè S. sa che la letteratura è bifronte: cioè una stessa operazione può rappresentare un'eredità attiva per alcuni di noi e, al contrario, una remora passiva per altri. A tutto ciò va aggiunto il fatto che S. patisce la situazione in cui il segno non esprime più il referente. Dal momento che la catena grammaticale non omologa, non metaforizza più il reale, il quale ubbidisce, anzi esige una nuova classificazione, S. svolge anzitutto un ruolo di protagonista per quanto concerne la fondazione del nuovo romanzo. Il quale non è, nè può essere più romanzo che si realizzi sull’idea strutturale e suN’impostazione ottocentesca, ma che si pone come ipotesi sul caso, sull'intreccio, sul labirinto apparentemente disordinato della realtà concreta. Insistiamo sulla apparente labirinticità del reale poiché riteniamo che tale valutazione derivi dalla nostra capacità ormai cristallizzata di orientamento, dalla nostra disponibilità tassonomica che è ancora ab imis aristotelica ed autoritaria. A dimostrare come S. tenda alla fondazione del nuovo romanzo si può passare all'esame di II giuoco dell’oca. Intanto importa sottolineare il modo in cui il protagonista, un morto, cerca di aggredire la realtà. La prospettiva della bara è un’angolazione ipotetica, non aprioristica, casuale; da parte del morto curioso ed impertinente c’è un tentativo di restaurare il rapporto con i vivi. La situazione della bara è quella in cui i contrari si incontrano; vita-morte, conscio-inconscio. Nella situazione il Selbst, il Sè quale soggetto della psiche totale ", rappresenta l’identità posseduta da un io corposo ed incontestabile. « Ci sono io, per intanto »: sono le prime parole del romanzo. Che non ci venga in mente di mettere in dubbio la perentorietà di tale presenza. Il personaggio, il Sè totale, proprio perchè totale, non vede e non ode soltanto, ma gusta e tocca ed annusa. C’è quindi un modo ulteriore di esautorare il pregiudizio platonico della primazialità della vista e dell'udito per affermare i sensi aristocraticamente più squalificati: cioè il gusto, il tatto e l'olfatto. Il morto nelle sue avventure aggredirà infatti il reale sopratttuto attraverso questi ultimi sensi. Anche l'io-narrante di S. ripercorre dunque le tappe della estasi materialistica deH’Adam di Le Ciézio 12. La bara inoltre rappresenta la situazione critica; come regressus ad uterum, come grembo materno, come protezione è il locus della coinci-dentia oppositorum, punto in cui s'incontrano i limiti della non-vita e della vita. Perchè, non lo si deve dimenticare, il morto non vuole essere tale; anzi si ostina ad ingerirsi nella vita; è tutto vivo di voglie, di umori, di bizzarri desideri. Ce una petulanza insolente in questo officiante di messe nere. Lo si capisce da come il morto si ripresenta alla vita. Ce una fes-