sura nella bara da cui egli osserverà di nuovo la vita, una fessura a cui pongono l’occhio i visitatori che rimangono scornati. « Poi qualcuno mette anche l'occhio, lì nella fessura, e si vede che non si vede niente ». Ed è naturale: i vivi sono solo io-conscio, non si sono trovati ancora nel pieno possesso di sè, non ritornano dalla zona della meraviglia, dell'arbitrario, così come succede al morto. Questi prova tutto lo stupore di chi ricostruisce, meglio, di chi descrive la realtà da una angolazione inconsueta. Egli assiste allo svolgersi della realtà a ritmo rallentato: infatti la descrizione subisce le scansioni ritmico-sintattiche della oggettualità opaca; il mondo viene letto come se la sua carta simbolica venisse stesa su un piano: l’occhio si sposta a percorrerne la piattaforma. Nello stesso modo, la pagina di S. si snoda in una assoluta semplicità di nastro sintattico. Prevale vistosamente la paratassi che bene traduce l’epochè del morto attraverso un assolutamente labile spessore linguistico. Il lessico sangui-netiano è spogliato il più possibile di connotazione, di ambiguità, ma semplicemente denota, classifica alieno dalla volontà di sollecitare e sordo alle eventuali risonanze sentimentali che il lettore potrebbe richiedere alla pagina. Quando l’ipotassi è presente, è assai elementare. La coordinazione e, più spesso ancora, la struttura elementare della frase conclusa rapidamente dal punto contribuiscono a restituire pregnanza, concretezza agli atti, ai fini, agli eventi che normalmente si smarriscono nella disattenzione. Insomma la realtà viene ricostruita dal morto come se questi non possedesse più la possibilità gestaltica, la formatività dei vivi. Il morto non è mai disattento. Riedifica l'oggetto percorrendolo in tutte le sue componenti: volume, colore, e forma. Così si è costretti a concludere che ciò che è considerato inutile, sdato, pleonastico lo è solo per la nostra disattenzione. Una grossa cassa di legno grezzo è ora importante, come lo sono una parete scalcinata, l’odore di sego, una figurina stracciata. L'autore vi si dedica. Le cose sono virulenti e bisogna fare i conti con queste. E’ questo i'aut-aut di S.: o rendi coglibile la cosa, il fantasma, o questo ti precede, congiura contro di te. Occorre dunque restituire al segno la funzione ordinatrice di omologare il referente. C’è uno strumento per ottenere ciò: l’enumerazione, anzi lo stile enumerativo. Le cose sono semplicemente presenti, sono lì e non hanno sentimenti. Noi glieli abbiamo attribuiti per secoli. Erano nostre: occorre dunque abbandonare l’idea di possesso. Esse appartengono all'essere, sono allineate a noi. Solo l'abitudine di trovarcele sempre di fronte ci ha dato l'illusione di possederle. Tutte le volte che le cose non rientrano nella nostra classificazione, le troviamo scomode e protestiamo. Per noi è sempre stato difficile staccarsi dall'idea che questo nostro mondo fosse il migliore dei possibili. Invece l’ogget-tuale semplicemente è, ed il concetto di perfezione possibile è un mi-tologema. In una dimensione dissueta e straordinaria si trova il morto: questo segaligno grafomane, pedante annotatore di piccoli fatti, inventariatore ozioso di esperienze. Nel morto c'è una veemenza sensoria, un grande appetito di avventure. Monumenti (da Sogno di Polifilo), esseri fantastici (alla Bosch e alla Bruegel), uomini dimezzati, la donna che prega, la donna che cammina in ginocchio, la donna che deve stare curva, il teschio, la ragazza rosa, l’ossessiva bambina ballerina, visioni stravolte sono inserite