in uno spazio totalmente dissolto. Una gamba in aria, due in terra, tre sul tappeto ubbidiscono alla asimmetria del continuo. Non c'è limite al reale: anche in S. L’occhio mobile e la distruzione della disposizione assiale determinano l’intersecarsi degli eventi, il loro violento accumularsi in uno spazio reso totalmente intangibile. Sì ottiene così un modo di vedere le cose del tutto irrelato rispetto all’io. Le cose si fissano sul piano dell’inconscio; divengono gli archetipi che, in totale libertà, hanno popolato lo spazio interno dell'io. Un ulteriore esito di tale operazione va ritrovato nel grottesco, nella dispersione casuale dei dati esperien-ziali. Questi si raccolgono nell’inconscio inteso come terreno originale dei sinboli, cioè, come si è detto, dei modelli primari. La conquista della identità si attua unicamente attraverso il raggiungimento dell’Unità, mediante l’interpretazione delle pratiche magiche e delle sperimentazioni alchemiche che riconducono alla grande madre: che è tesi di Jung, in parte riproposta e condivisa (sotto la sollecitazione del carteggio Mann-Kerényi) 13 dallo stesso S. quando in seno al Gruppo '63 afferma: « Se il romanzo è sempre struttura mitologica o modello di comportamento o educazione sentimentale o sistema di significati organizzati, il punto di crisi si ha da ricercare nella zona in cui... si riprende coscienza del ritorno del narrato alle originarie strutture mitologiche » 14. In tal senso si spiegano i ricuperi mitico-culturali di S. Il morto è l’adynaton la cui vitalità bizzarra, estrosa, lunatica giustifica l’avventura nelle originarie strutture mitologiche documentate da molte pagine, da molte stazioni de II giuoco dell’oca. La pagina sanguinetiana, se da un lato frequentemente mette in evidenza la « funzione metalinguistica della lingua normale » (R. Jacobson) dall’altro si presenta come una lunga e cavillosa didascalia di incisioni di opere cabbalistiche ed alchimistiche. La dimensione tetra della mummia che « con quel (suo) colore di terra secca », s’aggrappa al lume di quella candela rappresenta la dimensione della stessa pagina in cui (per es. cap. XI) si descrive l’albero della vita ancora nella struttura iconografica medievale. Altre volte la pagina (cap. XLV) presenta la contaminazione di due momenti specifici del processo alchemico: la nigredo e la putrefactio. Tali momenti sono illustrati da due incisioni presenti in una eccezionale opera di Jung 15. S. ricupera il simbolo caricandolo di contenuti decifrabili soltanto da parte di alcuni adepti che salgano i vari gradi della conoscenza. Il commento con cui Jung accompagna la seconda illustrazione (il sogno descrive dunque un’attività che mira a costruire o a determinare un centro oggettivo. Si tratta di un centro aM’esterno del soggetto 18) ci permette di suffragare quanto sopra si è detto a proposito di un particolare modo di vedere la realtà irrelata rispetto all’io, e ci consente ancora di indicare in questo capitolo il cardine strutturale su cui gira l'ipotesi sull’ordinamento dell’alea, cui tende l’autore con la sua opera. Risulta chiaro che S. deputa al suo romanzo il compito di proporre una tassonomia dell’oggettualità attuale. Inoltre, se si tien conto che esiste una relazione stretta tra il sogno commentato da Jung, le illustrazioni di questo e la pagina sanguinetiana, risulta che per l'autore l’inconscio non rappresenta soltanto la zona di ricupero del fantastico, ma anche il terreno del lucido, in cui si attua la reciprocità interattiva degli elementi strutturali del gioco. A questo punto viene spontaneo chiedersi se il simbolo traduca tutta