che il cinema, quando tenta di operare sul fantastico quel tipo di operazione artistica di cui s’è detto, incontra molto spesso la resistenza dello spettatore, di quello spettatore che per essere stato costantemente abituato ad un tipo di fruizione cinematografica estremamente semplice e per così dire pilotata, non è assolutamente in grado nella maggior parte dei casi di superare la barriera dell’ironia o della allusione, del sarcasmo o della allegoria, per non dire poi della metafora. « Il fatto che un film della classe e della sofisticatezza di Omicron — scrive a questo proposito Dorfles — abbia un relativamente scarso successo è un’altra prova di come la fantascienza non possa divenire un elemento di comunicazione di massa se si vale di strutture che sono troppo al di sopra del livello di questo pubblico. Alcune sequenze in cui Salvatori impara i gesti e i movimenti dell'uomo che figura preda di un’entità transgalattica, o in cui l'entità stessa cerca di spiegare il perchè di alcuni comportamenti umani agli abitanti del suo pianeta d'origine, e, in genere, molte delle sequenze basate sopra un acuto persiflage della situazione politico-sociale comportamentistica dell’uomo d'oggi sono evidentemente troppo al di là delle possibilità di comprensione del pubblico medio » (5). Lo stesso si può dire per La decima vittima che non è in realtà più semplice anche se lo spettatore medio lo può trovare più accattivante per motivi variamente dipendenti dalla spettacolarità, dalla suspense, dal richiamo divistico (la Andress e Mastroianni), dall’intreccio avventuroso, da un certo tipo di erotismo. La storia (tratta da un soggetto di Robert Scheckley), nella quale l'autore vede una sorta di quadro psichico del nostro tempo oppure una specie di specchio ironico a base realistica abbastanza estesa delle nostre più o meno confessate tendenze, immagina che in un tempo senza guerre ci si possa iscrivere, per sfogare i propri istinti aggressivi troppo a lungo repressi, a dei club di caccia all’uomo acquisendo così il diritto di partecipare ad un grande gioco internazionale che permette di dare o di ricevere la morte nel pieno rispetto della legge (senza cioè incorrere nell’accusa di omicidio) e secondo regole rigidamente fissate. Ognuno ha la possibilità di essere cinque volte cacciatore e cinque volte vittima ; il mutamento di ruolo (un po’ come nel gioco della volpe e del cacciatore) viene deciso da una sede centrale secondo criteri sempre rigorosi (anzitutto la lealtà della competizione !) e immeditamente comunicato all'interessato tramite uno speciale strumento: chi supererà tutti e dieci i turni avrà speciali riconoscimenti. E’ chiaro che anche in questo caso lo spettatore disattento sarà condannato ad una fruizione dimezzata dal momento che ben difficilmente potrà pienamente intendere certi toni ironico-moralistici, certe « legali » perversità allusive, certi echi in chiave avveniristica della mitologia arcadica, o certi collegamenti al filone utopistico della letteratura europea che pure balzano evidenti tra le righe del racconto. Ci si potrebbe a questo punto domandare se il recupero del fantastico rappresenti veramente una prospettiva attuale all’interno dell'esperienza artistica contemporanea. Parrebbe infatti dal discorso fatto che, almeno per quanto riguarda la cinematografia, la situazione del fantastico fosse tutt’altro che rosea. Il dubbio, sarebbe impossibile negarlo, è più che mai legittimo; a patto però che la zona sospetta venga rigorosamente circo-scritta al cinema italiano ufficiale. Il panorama infatti si presenta molto di-