un equilibrio naturalmente determinato da un gioco libero e spontaneo di attività diacronica e di pressione sincronica, e i nuovi valori si originano come da un intimo misterioso interscambio, nella società totalitaria l’equilibrio può spezzarsi sotto l’assalto di una volontà esterna, alienante, di una forzosa interpretazione politica, dando luogo a una coartazione dei valori simbolici, a una semanticità strumentalizzata. Le parole allora trasformano in eventi le follie ideologiche. 1 nomi, le parole, sono tutt’al più simboli delle cose, ma non sono le cose stesse. Il legame quindi fra il simbolo e la realtà, che esso rappresenta, è evane* scente ; è mentale, non fisico. Si può quindi costruire, giocare con i simboli, senza che questi trascinino con sè la realtà ; però questa libertà del simbolo, nei riguardi della cosa rappresentata, consente costruzioni teoriche, fittizie, che possono avere, come possono non avere, rapporti concreti colla realtà. Da qui consegue la libertà delle creazioni intellettuali ; quindi col ragionamento filosofico si può arrivare a conclusioni che nella realtà non sono sperimentabili. E’ così come se un chimico giocasse con i simboli degli elementi, li disponesse secondo leggi e regole ingegnosamente disposte, ma senza preoccuparsi di sperimentare l’esistenza dei nuovi composti. Sennonché la filosofia crea le sue costruzioni secondo leggi impeccaibli create dalla mente umana; la chimica invece non si azzarda a ignorare la natura. Altra invece è la situazione in politica. Nelle idee e nelle parole del nazismo, come del resto in qualsiasi istituzione umana, non dobbiamo vedere esclusivamente dei fenomeni peculiari soltanto di un determinato momento storico, dobbiamo anche saper cogliere il compendio di una evoluzione di correnti di pensiero già preesistenti. Il mutamento culturale, sociale, politico viene colto dalle parole, le quali però non hanno mai una stabilità semantica assoluta, ma sono sensibili a infinite oscillazioni. La lingua riflette lo spirito di un popolo, ma non nel senso che si adegui rapidamente a tutte le mutazioni politiche, culturali e sociali, cioè non nel senso che essa possa riflettere bruschi mutamenti, ma solo nel senso che può riflettere una mentalità collettiva che si sia profondamente modificata nel tempo. Dunque la lingua riflette sempre in ritardo le mutazioni semantiche dovute alla evoluzione delle correnti di pensiero ; in altre parole le trasformazioni dei valori simbolici sono sempre in ritardo rispetto agli avvenimenti. Ora, invece, nel nazismo assistiamo a un intervento immediato della potenza politica che inserisce d’autorità significati e parole nuovi nel tessuto sociale, sicché in molte parole si rileva non la motivazione inconscia, ma la imposizione di un significato provocata da esigenze mistificatrici (2). La parola non è più uno strumento libero della comunicazione, non è più l’avvio a un discorso franco, aperto, ma diventa strumento di imposizione, di diffusione coattiva di ideologie, di manipolazioni di masse al fine di dominare, di soggiogare la coscienza altrui, strumento insidioso di un linguaggio propagandistico. Linguaggio che differisce profondamente da quello della pubblicità commerciale, dal linguaggio della « persuasione occulta » perchè non consente atteggiamenti di rivolta e affianca alla pseudopersuasione argomenti di forza. « Il male del gergo pubblicitario è di essere una lingua speciale, ossia inautentica, che potendo ripetersi in maniera ossessiva si pone sul nostro labbro da sè, con vacue clausole mnemoniche, che senza averne il lume di intelligenza usurpano la fortuna dei proverbi » (3). Ma il « gergo pubblicitario » dello stato totalitario è sorretto da un imponente complesso di strutture: scolastica, giornalistica, culturale, economica, politica, militare. Gli slogan commerciali che mirano a condensare le sentenze facilmente memorabili e accessibili dei fatti pubblicitari, hanno in comune con i cosiddetti casi limite, la capacità di porre in evidenza, di « macroscopizzare » determi- 6