assimilato al traditore. Le nuove voci, semanticamente programmate, cariche di ignominia, apriranno la via alla legalizzazione delle più feroci repressioni. La dittatura magnificherà le virtù tradizionali della stirpe, osannerà alla gloria degli avi, aH’amor di patria, esalterà la missione divina dell’uomo eletto... e una sapiente quanto subdola e capillare propaganda identificherà le glorie, la civiltà redentrice con l’ideologia del partito. Con una insana logica colui che avrà biasimato gli errori del sistema politico, sarà considerato nemico del popolo, della civiltà e dovrà subire il meritato castigo d’una giusta legge. Le parole si presteranno passivamente ad essere le adescatrici degli umili, dei timidi, ad essere le insidiatrici dei pavidi ; saranno trasformate in armi insidiose, diventeranno le ausiliarie consenzienti, docili dei tiranni. 2) GENERICITÀ' E ASTRATTEZZA DELLE PAROLE. IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA Il nazismo mirava colla sua politica culturale a diventare un « fattore fissatore » dei significati ; mirava ad enucleare e a stabilizzare entro l’area vaga dei O 7 O campi nozionali quei valori significativi che meglio rispondevano alla sua ideologia. Voleva permeare tutto il popolo tedesco di una sua dottrina germanica, anzi « nordica », voleva influire, per mezzo della lingua, sulle coscienze, come, e meglio di quanto aveva saputo fare la religione cristiana sul linguaggio sia colto, sia popolare, di Europa. Il nazismo seppe sfruttare abilmente attraverso la propaganda — non rifuggendo da menzogne nè da falsificazioni — la genericità e l’aspetto emotivo del segno linguistico come anche l’astrattezza delle nozioni. Il regime totalitario ama far uso di voci esprimenti valori assoluti, astratti, che, in tanto possono essere accettati da una larga massa, in quanto, essendo generici nel loro significato, non impegnano necessariamente ad un determinato comportamento facilmente verificabile. Quanto più vaghi sono i valori tanto più agevolmente si presentano come universali. L’uso di parole astratte quali ad es. lealtà, solidarietà, fedeltà, diritto, viene favorito perchè, non appena si tentasse di specificarne il contenuto, di storicizzare i valori ideali, questi assumerebbero contorni netti e precisi, ed anziché essere valevoli per un uditorio universale, si renderebbero conformi alle ispirazioni di gruppi particolari. L’uso di parole dal significato ampio e vago consente il loro inserimento, sotto la falsa specie di valore universale, in una sorta di quadro vuoto, sul quale può facilmente essere raggiunto un accordo largo, vasto, e consente anche di giustificare scelte sulle quali altrimenti non esisterebbe accordo unanime (7). Così ad esempio possiamo essere d’accordo sul valore astratto di « ingiustizia ». Ma quando noi, non istituendo alcuna distinzione fra astrattezza e concretezza dei valori, caliamo il concetto in una situazione viva, particolare, e ignoriamo l’esistenza di comportamenti individuali che possono essere concepiti soltanto in rapporto a fatti eóncreti, e, quindi, quando noi obblighiamo gli individui a subordinare le loro azioni a un astratto e indefinibile valore universale, ecco che noi veniamo a usare la violenza, ecco che allora la indeterminatezza del concetto consente anche di piegare il significato alle varie interpretazioni interessate del momento politico. Soprattutto neH’ambito dei concetti astratti la indeterminatezza dei significati, la loro « vaghezza », è evidente in quanto le distinzioni non sono più opera della natura, ma dell’uomo. I valori astratti che ineriscono a parole come onore, giustizia, libertà, non hanno una esistenza materiale, reale, fuori delle forme linguistiche 9