silenzio », che vietava di diffondere notizie che avessero potuto nuocere al prestigio della Germania. Quindi i delitti dovevano restare ignorati e pertanto restare impuniti. La nozione di « segretezza » ebbe una sua gerarchia, una sua scala di valori : segreto, segretissimo, segretissimo riservato al comando, segreto del Reich. La parola geheim, suscitava nel cuore dei fanatici un fremito di sacro orrore : il Reichs-geheimnis evocava un valore supremo, la figura stessa del Führer e dei destini della Germania. Il Fiihrer era l’uomo della Vorschung, della Provvidenza Divina; era compartecipe delle arcane leggi del cosmo. Nella parola « segreto » si effondeva un aspetto mistico, magico del mistero, una forza che ottenebrava le coscienze liberandole dal senso della colpa. Questo connubio fra la tendenza mistica dell’anima individuale e l’interessata triviale necessità di occultare un sadismo feroce costituisce un problema conturbante. Si impone ora di per sè il riferimento a quella organizzazione, che, invigilando su tutte le attività della vita pubblica e interferendo nella vita privata dei cittadini, si era eretta a custode gelosa e inflessibile del segreto : la polizia segreta di Stato. Pur non svolgendo nessuna opera consapevole nell’ambito linguistico, essa contribuiva efficacemente alTaffermarsi del vocabolario nazista ; soprattutto contribuiva alla collettivizzazione dell’eufemismo. Il controllo capillare condotto dalla Gestapo sfociava in una azione diretta sul comportamento dei cittadini ; essa otteneva attraverso un sistema di minacce larvate, ma non per questo meno temibili, che le masse rispettassero i significati nuovi inerenti alla ideologia hitleriana e che il testo delle leggi venisse interpretato nel senso voluto, ma non apertamente dichiarato, dai responsabili. Il significato segreto dell’eufemismo era sempre orrendo. La Gestàpo aveva saputo tradurre in atto quel « principio profondamente esatto », scoperto da Hitler, secondo cui le dimensioni della menzogna rappresentano sempre un fattore di credibilità ; il che nel contesto del « Mein Kampf » voleva significare che « le masse sono più facilmente vittima di una grossa menzogna che non di una piccola bugia », che esse cioè tanto più si lasciano ingannare quanto più spropositato è il divario che separa la realtà effettiva dalla nobiltà dei sentimenti predicati. Il tedesco medio, ligio per tradizione alla autorità costituita, sinceramente rispettoso e devoto a chiunque gli garantisse l’ordine, manifestava tutta la sua disponibilità a credere. Potremmo ora, dato che la voce Gestàpo ce ne offre l’occasione, affrontare un argomento più strettamente tecnico del lessico. Potremmo trattare cioè non del « significato » di questo termine, ma del « significante » in senso saussuriano, vale a dire della sigla in sè. Dal punto di vista meramente lessicale questa sigla ci interessa perché è l’esempio più ossessionante della cultura siglografica tedesca. E’ risaputo che nel campo scientifico e commerciale, l’abbreviazione di termini ad alta frequenza d’uso è un fenomeno spesso ricorrente nella comunicazione. Queste forme « smozzicate », di fronte alle quali i puristi assumono un atteggiamento di rifiuto, incontrano il favore di vasti settori del pubblico che, nella riduzione, trova instintivamente soddisfatta una legge di economia. Quanto più una parola è frequente tanto più diminuisce la sua carica di informazione e di conseguenza tanto più facilmente è esposta a un fenomeno di usura, di riduzione. La collettività è disposta nella sua indiscussa predilezione per le forme brevi, a sorvolare su eventuali difetti di informazione, su eventuali malintesi determinati proprio dal carattere ermetico, direi ideografico, della sigla. Il nazismo ha fatto larghissiom uso di abbreviazioni ; è nota la passione dei Tedeschi di etichettare, di apporre cartigli, di specificare minuziosamente. L’aumento prodigioso dei termini speciali relativi alle varie organizzazioni che inqua- 15