sume un carattere di alienazione, diventa un rapporto fra cose, gli uomini si considerano vicendevolmente strumenti, merci C20). E’ stato detto che mentre il dativo pone in evidenza la personalità, l’accusativo, in cui si obbiettiva il caso dell’oggetto, traspone l’individuo nella categoria delle cose, fino al limite estremo della mercificazione. La possibilità di trivializza-zione, già implicita nell’accusativo che rende l’uomo « oggetto » della azione, si accentua notevolmente nel linguaggio nazista. L’incremento del tipo verbale con funzione nettamente transitiva raggiunge frequenze che nel discorso dei grandi scrittori del passato erano inusitate; la lingua s’avvia in tal modo alla reificazione della persona. L’indifferenza, spesso il disprezzo, per la personalità singola, si grammaticalizza. Il processo, per la sua funzione livellatrice, non incontra resistenze nella stampa della classe politica dirigente la quale si propone deliberatamente la pianificazione delle coscienze. A tale generica spersonificazione sul piano grammaticale fa riscontro poi, sul piano ideologico, uno specifico feroce scherno per chi è definito « inferiore ». Il disprezzo per gli Ebrei, per i Polacchi, per i Russi, per gli avversari politici porta questo linguaggio trivializzato ai vertici della ignominia : la dignità umana è profanata nella sua essenza intima ; gli uomini non sono più neppure oggetti, neppure numeri, sono termini scatologici, escrementizi (cfr. nota 17). L’aspetto verbale ora considerato pone in evidenza linguistica una attività politica che trasferisce sul piano sociale un principio disumano della Weltan-schauung nazista, avvalendosi della adulterazione semantica della nozione di « lavoro ». Il tedesco è devoto al proprio lavoro, ne avverte e accetta responsabilmente il suo valore etico ; egli si immedesima nella sua attività professionale che pare derivi il suo senso intimo e la sua operante vitalità dalla consapevolezza di una subordinazione alla autorità costituita. Il nazionalsocialismo ha sfruttato questi elementi e ha trasfigurato in senso mitico il lavoro, gli ha conferito un utile alone O » ' o di prestigio. « Il lavoro — affermava Hitler — è concepito da noi in senso germanico come adempimento d’una missione verso la collettività di popolo, ma non in quel senso di mero egoismo che è proprio di altre razze... L’ariano concepisce il lavoro come elemento base per la conservazione della comunità, l’ebreo lo concepisce come mezzo di sfruttamento di altri popoli ». I dizionari che fino all’avvento del nazismo avevano definito il lavoro come un’attività intellettuale o fisica tendente al conseguimento d’un determinato scopo, ora, adeguandosi alla mutata temperie politica, supinamente correggevano : « il lavoro è l’impegno consapevole delle forze spirituali e materiali rivolto al conseguimento del bene della comunità ». Tale arbitraria deformazione del concetto rispondeva alla nuova ideologia del valore assoluto della razza, col suo concetto metafisico deH’arianesimo. Il nazismo in quanto proclamava la superiorità biologica e immanente della stirpe germanica, non poteva vedere nel lavoro degli umili uno strumento di elevazione morale ; in quanto assertore convinto di un livellamento delle classi lavoratrici non voleva vedere nel lavoro un mezzo per conquistare la libertà o per riscattare la persona da ogni servitù. Dalla classe politica dirigente, la classe dei dominatori, il lavoro veniva considerato come mezzo di sfruttamento ; non gli si riconosceva nessuna validità etica; il lavoro veniva sì esaltato, premiato, miticizzato, ma non in quanto mobilitazione di energie tese a uno sviluppo libero della personalità, ma in quanto forza sociale convogliata in una direzione ortodossa, nella direzione della collettività mistica : ogni deviazione dai valori canonici e dalla verità sancita era motivo di grave inquietudine. Da questa inquietudine che si andava facendo ansia, anzi allarme, origina 17