cui, per l’appunto, si chiariva e si esprimeva un contenuto culturale sgradito ai politicanti. Il nazionalsocialismo diffidava della « intellighenzia », ne temeva la critica e rivolgeva pertanto le sue simpatie all’uomo ingenuo, all’uomo tutto istinto; preferiva per così dire, il medioevo all’umanesimo, l’uomo dei campi al professore. Alla insofferenza per le voci dotte contribuiva il rancore contro la zona infida, grigia, della nazione : la classe intellettuale restia a lasciarsi illudere. D’altro canto il nazismo poteva sì fingere di ignorare, ma non poteva distruggere quel processo poderoso di integrazione, quella azione ripetuta e profonda delle culture di punta, che propagandosi in tutta Europa avevano creato un piano di civiltà calatosi poi nelle singole comunità. Non poteva il nazismo, pur richiamando a nuova vita un germanesimo precristiano, annullare l’influsso di lingue che erano la proiezione di civiltà superiori. Le innovazioni che nel corso dei secoli si erano attuate nell’ambito del sistema linguistico tedesco, che ne avevano rinforzata la capacità espressiva, che ne avevano anche modificato la struttura, non potevano essere eliminate in forza di un impegno politico. E’ pur vero che la suggestiva formula di unificazione proposta dal rinascimento col richiamo ai valori del mondo antico non rimase che una vana utopia, e valse a destare nella compagine europea forze centrifughe che portarono, fra l’altro, alle definizioni nazionali, ma non si può negare che nei popoli germanici l’azione unificatrice del cristianesimo ebbe ampio successo come dimostrano i calchi che riproducono fedelmente i valori della parola latina. Certo non si ebbe una formula di convergenza nel senso di un sistema o tipo linguistico monoglottico, a lingua unica, ma si ebbe convergenza verso un mondo concettuale comune. E’ vero altresì che quanto detto vale più per la lingua della cultura che non per quella ordinaria, ma dobbiamo tener presente che dal mondo della cultura le parole scendono anche al livello di massa. Un altro argomento ancora può essere invocato a dimostrare la persistenza delle forme straniere, un argomento di carattere psicologico, di rilievo meno vivo, ma tuttavia sempre presente. Vogliamo qui riferirci non alla moda, che pure ha una azione rilevante, ma a quelle istanze psichiche che non si riferiscono alla ragione, bensì alla sfera emotiva. Nella tradizione sia della cultura classica che di quella francese, persiste ancora la risonanza della loro posizione suggestiva nel campo del sapere. C’è un atteggiamento mentale d’ordine sentimentale ed affettivo, sensibile al prestigio culturale straniero, che è sempre pronto ad accogliere le innovazioni esterne e a lasciarsi attrarre dal fascino dell’esotismo. 6 ) PAROLE-FORZA Vi sono parole intorno alle quali si organizza tutto un mondo di pensiero. La parola-chiave è « una unità lessicologica che esprime una società..., un essere, un sentimento, un’idea, che vivono nella stessa misura in cui la società riconosce in loro i suoi ideali » (29). Parole come « razza », « sangue », « suolo », « patria », « esercito » ecc. si trovano sempre associate alle stesse idee affettive, alle stesse connotazioni positive ; la continua, ossessionante ripetizione dei termini Volk, Ehre, nordisch, Opfer-geist ecc. collegati sempre alla stessa situazione, induce alla identificazione con i significati imposti dal partito attraverso una propaganda sapientemente guidata. Identificazione questa che non è naturalmente prevista dalle definizioni normative dei vocabolari, né dai canoni della logica tradizionale, ma nasce dalla convergenza dei legami che formano le serie nozionali di Rosse, Vaterland, Volk ecc. Le parole-forza sono parole che hanno dimostrato a turno, in ogni periodo 20