comando» (50) sta un’altra tragica realtà: la non-eroicità artificiosamente postulata, la diseroicizzazione delle razze inferiori. L’eroismo, secondo la Weltanschauung hitleriana, per sua natura è tratto specifico del germanesimo, è espressione cogente della razza. Tutto ciò che è frutto del sacrificio, dell’impegno del popolo tedesco, è inderogabilmente e necessariamente eroico. Il Volkstrauertag, la giornata di lutto nazionale, diventa per decreto statale, il Heldengedenktag, la giornata della commemorazione degli eroi. Il popolo tedesco, in quanto impegnato nella guerra, è sempre un Heldenvolk, un popolo di eroi, un popolo che in ogni suo individuo sublima la personalità. Ma proprio perché espressione più alta della personalità, l’eroismo non po- teva essere « tollerato » negli avversari. Agli ebrei, ai polacchi, ai russi, agli oppositori politici che languivano nei campi di concentramento, la Gestapo non consentiva alcun atto di eroismo, in quanto l’eroismo avrebbe conferito risalto al carattere, avrebbe portato alla affermazione dell’individuo. I prigionieri che morivano in causa di maltrattamenti, martiri della loro fede religiosa o politica, non potevano essere eroi ; e come tali non erano considerati neppure dai compagni di sventura. Eroi erano invece, agli occhi dei detenuti, coloro che si esponevano al rischio della tortura per difendere i più deboli ; contro costoro si rivolgeva la repressione feroce delle SS. Il prigioniero che avesse tentato di difendere .gli altri veniva semplicemente eliminato ; e quando invece il fatto fosse venuto a conoscenza delle autorità superiori del campo, tutto il gruppo veniva severamente punito, affinché nella comunità si creasse uno stato di irritazione e di intolleranza nei confronti del « protettore ». Agli Häftlingen votati allo sterminio era vietata la libera scelta della morte. Le 25 staffilate inflitte pubblicamente agli sventurati che fallivano nei loro tentativi di suicidio, dovevano essere non tanto una punizione per l’insuccesso, e per l’insubordinazione — gli aguzzini stessi talora si divertivano, usando le tattiche terroristiche, a sospingere qualche prigioniero contro i fili ad alta tensione — quanto un umiliante castigo per chiunque, per mezzo del suicidio, avesse tentato di sottrarsi ad una morte infamante con un atto disperato di volontà personale, di autodecisione. L’eroismo nei prigionieri dei vari campi di concentramento veniva invilito, dissacrato con azioni terroristiche e repressive di massa. Il prigioniero che per qualche atto di generosa ed inutile ribellione veniva fustigato poteva, nella sopportazione virile del dolore, dimostrare la propria forza d’animo, la propria forza morale di fronte agli oppressori ; poteva cioè trovare nella affermazione del proprio coraggio una difesa emotiva. Ma ecco sorgere il sistema della minaccia per fiaccare qualsiasi comportamento eroico. Veniva cioè sotterraneamente minata la base psichica, il supporto psicologico di qualsiasi forma di volontà. Fra le varie armi psicologiche dirette all’annientamento della personalità, quali le umiliazioni corporali inflitte per cancellare il senso di dignità umana, la proibizione di rapporti epistolari con l’esterno, le condizioni ignominiose di vita fisiologica, il contatto forzoso e la sottomissione coatta a delinquenti brutali e a omosessuali, primeggiava, per le sue vaste e profonde conseguenze, il sistema della minaccia coadiuvata dalla delazione concepita come dovere civico, anzi patriottico. La minaccia onnipresente nel gergo degli aguzzini, sempre incombente e insidiosa, evanescente ma sempre sinistramente in agguato e carica di orrore indefinito, frustrava ogni atteggiamento psichico di difesa, ogni atteggiamento operante di conforto; spossava e distruggeva alle sue radici spirituali qualsiasi forma di magnanimità, di eroicità. Disumanando gli oppressi, degradandoli a larve umane, il nazismo poteva speciosamente e baldanzosamente affermare la incapacità dei popoli inferiori di assurgere alle « vette mitiche dell’eroismo nordico », patrimonio esclusivo della razza pura. 31