non accetta la nozione di diversità, se non come inferiorità altrui. La cultura per essere tale dovrà passare attraverso il filtro razziale, dovrà cioè tornare al nordismo autentico, alle origini della civiltà superiore. Se il tedesco accetterà la democrazia, cioè la mescolanza delle idee, dei popoli delle razze, sarà costretto a rinunciare alla spontaneità e alla genialità a lui proprie per decreto del fato, e piomberà in una fosca barbarie. Tutto ciò che è Kultur non può che essere nordico, pena la sua decadenza, la sua degradazione a Zivilìsation. Non sussiste quindi per gli hitleriani nessun processo di acculturazione, ma soltanto un esasperato processo di germanizzazione. « Il grandioso processo di intercomunicazione mondiale, la speranza di un futuro assetto armonioso, di una equilibrata ” plenitudo gentium ” non sono che dei non-sensi » (72). Questa dottrina assolutista, questa verità apodittica, che non richiede dimostrazione perché connaturata a una legge interiore che ha radici nell’inconscio e nella magia del sangue, sarà predicata ai popoli e suffragata dalla potenza delle armi. Non conta la storia, ma il mito : e Hitler sarà sempre il salvatore della cultura e della patria ; per i nazisti varrà sempre la leggenda del Barbarossa, perché la leggenda costituisce una verità più profonda della storia, perché nella leggenda si proietta la storia quale essi vorrebbero che fosse, la storia nella quale si vuole credere. Hitler interpretava la Kultur alla maniera di un veggente ispirato a una biologia mistica, « sognava di una conoscenza nuova e magica che rivelava all’uomo il senso dell’universo e della vita, la sua missione divina in terra. Hitler credeva a una rinascita dell'umanità intera rigenerata dalla Germania» (73). La Kultur nazista, dicevamo, non richiede documentazione storica o scientifica, ma fede, perché nella fede si risolve e in essa si incarna la scienza. Non quindi l’amore per la verità spingerà ad azioni eroiche, ma la fede. Non la verità in quanto tale affascinerà le menti, ma la verità allineata e trasposta nella fede. L valori irrazionali hanno radici più profonde nella coscienza che non i valori razionali, ed a quelli, non a questi, farà appello la propaganda. L’uomo di massa, il gregario sarà piuttosto un milite della fede. Quando però la fede non coincida più con la verità e si esasperi fino al fanatismo, tutte le avventure anche le più orrende saranno possibili. Il ripudio nazista della nozione di cultura concepita come palestra universale in cui si affermano in prodiga armonia di reciproci rapporti tutti i valori ideali dell’umanità, il ripudio dei processi di interdipendenza, di convergenza delle correnti spirituali, ha portato il regime della violenza a ridurre gli « altri », « i diversi », gli « stranieri », a una massa di ergastolani, a un coacervo di anime morte costrette a vivere nei campi di concentramento e nei campi di lavoro coatto. Se la civiltà degli altri popoli ha senso, ” questo è un merito del sacrificio di milioni di tedeschi che hanno dignificato la civiltà straniera ”. La diffusione della cultura, in misura che sarebbe stata inconcepibile ancora nell’intervallo fra le due guerre mondiali, e, soprattutto l’enorme diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, costituivano una facile occasione di indottrinamento e di propaganda che pochi governi furono capaci di rifiutare e che gli stati totalitari dovevano sfruttare in altissimo grado. Il nazionalsocialismo esigeva uno stato forte che controllasse non solo tutta l’economia nazionale, ma anche tutti gli interessi della nazione ; sennonché il partito hitleriano, identificando se stesso colla nazione, veniva a piegare ogni attività, anche quelle culturali e artistiche, ai dogmi della propria ideologia. Nazionalizzando, e pertanto germanizzando la cultura, non poteva l’hitlerismo tollerare alcuna frattura fra il pubblico e l’artista. L’artista del Terzo Reich doveva attingere ispirazione dal Mein Kaniff secondo regolamenti già opportunamente redatti che impegnavano uniformemente al rispetto deH’ideologia domi- 38